Un marchio di qualità!


Così è scritto nel dépliant: ” Presidiato dagli assessorati Regionali del Turismo e dell’Agricoltura, il marchio Saveurs du Val d’Aoste garantisce al cliente qualità dei prodotti…, in un contesto dove agricoltura ed enogastonomia della Valle d’Aosta mirano a creare eccellenze.” E ancora: ” E’ un marchio di forte identità locale che fonda l’anima dei prodotti della terra nel rispetto della tradizione e della cultura valdostane“. La prima osservazione che sorge spontanea è: cosa c’entra la carpa che notoriamente vive in fiumi a corso lento o nei laghi, con la Valle d’Aosta? Già questa scelta gastronomica escluderebbe il ristorante La Majon della Torretta, in quel di Challand-Saint-Anselme, dal contrassegno che vuole per protagonisti i prodotti e i realtivi sapori del territorio, mentre il Cyprinus Carpio non lo è. Se poi diamo per accertata l’ipotesi della causa di intossicazione che costringe l’assessore al Turismo, Aurelio Marguerettaz e i due sindaci di Brusson e di Challand-Saint-Victor, rispettivamente Giulio Grosjacques e Gabriella Minuzzo, al ricovero ospedaliero insieme ad altri sfortunati avventori, alla inopportunità della scelta si aggiungerebbe la scarsa attenzione del piatto offerto: tartare di carpa marinata al profumo d’arancia, pepe rosa e aneto su mirepoix di verdurine, panna acida di latteria e semi di finocchio. Il colpevole  parrebbe, dunque,  il pesce, fornito crudo insieme ai vermi piatti che si portava appresso. E che hanno pensato bene di traslocare nell’intestino ben più spazioso di un gruppo di golosi poco accorti. Il gestore del ristorante che responsabilità avrebbe in tutto questo? Esiste una circolare del Ministero di Sanità del 1992, ancora in vigore, che obbliga chi somministra pesce crudo o in salamoia (il limone e l’aceto non hanno alcun effetto sui parassiti) ad utilizzare pesce congelato o a sottoporre a congelamento preventivo il pesce fresco. Per questo nelle cucine dei ristoranti è stato creato uno spazio per l’abbattitore, un congelatore che abbatte in pochissimo tempo la temperatura del pesce, uccidendo i parassiti.  C’è da chiedersi: nella cucina del ristorante La Majon della Torretta hanno proceduto in tal senso? Comunque la promessa del progetto esclusivo “Saveur en Musique”, ideato per coinvolgere gli ospiti in una esperienza unica, è stata mantenuta: Marguerettaz e compagni la tartare di carpa la ricorderanno a lungo. A loro i nostri migliori auguri di pronta guarigione.

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43 commenti su “Un marchio di qualità!”

  1. bruno courthoud Says:

    c’è poco da fare, noi aborigeni valdostani non abbiamo lo stomaco predisposto per l’assunzione e lo smaltimento di pesce crudo marino, ed è per questo che dovremmo attenerci scrupolosamente alle saveurs locales; sopportiamo invece benissimo la fontina ed il burro cosiddetti “tubercolotici”, che stomaci inadatti potrebbero invece aver difficoltà a smaltire.

  2. raz-les-bolles Says:

    eh già…. sfortuna. solo una piccola considerazione a margine. se il ristorante fosse stato -che sò- la grotta azzurra di Aosta il suo nome sarebbe comparso immediatamente su tutti i giornali. invece la Majon de la Torretta è di amici di assessori…. quindi silenzio sul nome. Quanto al marchio Saveur, diciamocelo che è un po’ una bufala, (o almeno una “bufalina”): il disciplinare all’acqua di rose prevede (oltre a caretteristiche di “tipicità” nell’arredo) che si debba avere nel menu un po’ di fontina, lardo e qualche altro prodotto valdostano,3 vini Vallée d’aoste DOC, una grappa, un genepy. Poi i detentori del marchio possono (e lo fanno abbondantemente, ho provato qualche ristorante “Saveur”) proporre carne all’argentina, paella ecc. ecc., oppure, in questo caso, pesce che nulla c’entra con i pesci di chez-nous (acquistato tra l’altro a Bolzano alla faccia della tanto propagandata filosofia dei Km zero!!!). Sui controlli che si fanno sull’effettiva applicazione dei pochi obblighi previsti, bhè, mi piacerebbe avere qualche dato: probabilmnete è anche questo un caratteristico “prodotto tipico”….

  3. superzenta Says:

    Già, ha ragione lei Signora Raz, l’omertà è di casa! Qui tutto si aggiusta aumma aumma. Noi di Patuasia siamo mal sopportati, fra le altre cose, perché rendiamo pubbliche le nostre osservazioni e spesso invitati a “chiarire di persona”. A noi non interessa, se questo porta al silenzio, preferiamo fare i “nom e cognom” con le dovute cautele e con la dovuta dose di arsenico che nella pappa insapore di no-s-atre non guasta. Anche solo per invitare la ggente, così suscettibile e permalosa, alla sana e necessaria critica che qui, si direbbe, non esista.

  4. el diablo Says:

    Ma ditemi voi quali sono i prodotti tipici valdostani? il jambon de Bosses proviene da Parma e prende un po’ d’aria di montagna prima di essere venduto, cosi come la motzetta proveniente da carne argentina forse si salva la Fontina quando non viene rifilato il fontal! Mi fanno ridere i saveurs du Val d’Aoste van bene per quattro turisti creduloni ma finita li!

  5. raz-les-bolles Says:

    sì, mi piacerebbe anche sapere quanti turisti e valdoten de no-s-atre sanno che, come il cugino jambon de bosses, anche il famoso lard d’arnad dop, di Arnad vede solo gli stabilimenti quando arriva sui Tir dalle zone del Nord Italia previste dal disciplinare (Veneto, Emilia, Lombardia, Piemonte; mi pare siano tutte qui). Se volete assaggiare il VERO LARD d’Arnad, fatto con maiali allevati, affinati e lavorati ad Arnad, andate dai piccoli produttori -e solo da quelli- alla festa del Lardo, domenica prossima.


  6. Mi permetto di intervenire in risposta a raz-les-bolles quando ironizza (a scaglie grosse) scrivendo che “se il ristorante fosse stato -che sò- la grotta azzurra di Aosta il suo nome sarebbe comparso immediatamente su tutti i giornali”, appoggiato da superzenta.
    I giornali non sono gogne mediatiche. Perlomeno, non dovrebbero esserlo (so già la risposta: a volte, spesso, quando vi pare, i giornali sono gogne mediatiche. A voi piace? A me no). Le responsabilità sul caso in questione sono ancora da appurare (non è chiaro se ci sono state mancanze da parte del ristoratore oppure da parte del produttore o di chi altro ancora). In attesa di capire di chi è la colpa non si sputtana nessuno, perchè se io nomino il ristoratore lo rovino, e se poi tra due giorni viene fuori che lui non c’entra niente l’ho rovinato lo stesso (ed è probabile che mi becco una querela).
    Fare i “nom e i cognom” è un’attività lodevole, ma farli così, tanto per dire “noi facciamo i nom e i cognom” non ha molto costrutto. Comunque la mia è solo una modesta opinione personale. Saluti.

  7. La Nipote di Paola Says:

    Inanzitutto sono 70 anni che il Ristorante de La Torretta è aperto e non ha mai avuto nessun problema di questo tipo. Come tradizione valdostana vuole, è arrivato alla terza generazione. Le varie vivande offerte sono prodotte in casa, dal pane ai dolci. E’ dotato di un abbattitore e di un reparto di preparazione. Vorrei verificare quanti ristoranti sono dotati degli spazi e delle attrezzature, della pulizia e della professionalità, de La torretta. Per i finti conoscenti, agli Chef dei Saveur è stato dato un tema e una lista di ingredienti e da lì hanno potuto realizzare un menù. Certa della Vostra attenzione. Cordiali saluti.

  8. marburg Says:

    Consapevoli che la stampa spesso va per le trippe, chiederei alla gentile nipote di Paola dei lumi ulteriori: chi ha dato il tema e gli ingradienti? E cosa c’entra (ma qui forse la nipote di Paola non ha alcuna responsabilità) la tartare di carpa con les saveurs valdotains? Auguri sinceri di miglior fortuna per il futuro!

  9. superzenta Says:

    Nel mio commento, signor Puntorossonero, non mi riferivo al ristorante La Torrette, ma a un discorso più in generale. Che ci sia omertà è cosa risaputa quanto ovvia, noi, semplicemente lo ricordiamo. Per quanto invece riguarda lo specifico del locale di cui sopra, ci siamo permessi di farne il nome perché così è scritto sui dépliant della manifestazione, naturalmente ci siamo ben guardati di rivolgere accuse, assolutamente fuori luogo come lei ci fa notare, ma posto domande, credo nella legittimità che viene consentita a chiunque.

  10. superzenta Says:

    Signora Nipote-di-Paola, ci congratuliamo con lei per la professionalità che pubblicizza del suo ristorante, lo dico con sincerità, nessuna vena di ironia. Piacerebbe sapere anche a noi, come al signor Marburg, chi ha dettato la scelta degli ingredienti. Sappiamo che il disciplinare del marchio Saveurs du Val d’Aoste è stato molto ridimensionato rispetto all’originale e che attualmente conta pochi elementi apprezzabili per la valorizzazione dei prodotti del territorio e della tradizione valdostana. Secondo noi un marchio è un attestato di fiducia, richiede quindi molta serietà e controlli annuali da parte del promotore e cioè l’ente pubblico. Certo che, se le voci del disciplinare sono ridotte all’acqua di rosa e fra gli ingredienti valdostani consigliati per una manifestazione compare la carpa, il marchio si svalorizza, perde significato con le conseguenze che si possono immaginare. Sinceri auguri.

  11. Massoud Says:

    Premesso che a tutti può capitare di sbagliare, anche ai migliori e più professionali ristoratori, è bene che l’opinione pubblica sia messa al corrente di eventuali errori quando di mezzo rischia di andarci la salute.

    Nel caso specifico non bisogna certo mettere alla gogna il ristorante: in periodi di grande affluenza è fisiologico che ci possa essere una disattenzione, in questo caso parrebbe grave.
    Tuttavia se il parassita identificato è quello indicato dagli organi di stampa c’è veramente poco da accertare.
    Il suddetto parassita è presente con una certa frequenza nel pesce fresco e muore a temperature superiori a circa 60 gradi centigradi oppure in alternativa se portato alla temperatura di -20 gradi.

    Trattandosi di pesce fresco e non cotto non desumere da notizie, non ancora smentite da nessuno, di un mancato utilizzo dell’abbattitore sembrerebbe un po’ come fare l’esercizio dello struzzo.
    Certo, se invece di battibecchi sulla difesa della professionalità e qualità del ristorante alcuni commenti avessero dato qualche indicazione più puntuale si sarebbe potuta evitare la polemica e chiarire meglio le circostanze con un vantaggio per tutti ristoratori e clienti.

  12. patuasia Says:

    Il fatto di possedere l’abbattitore non significa per forza usarlo o usarlo sempre. E’ probabile che in questo caso ci sia stata una certa disattenzione. Considerato il tipo di parassita e il pesce proposto crudo non credo ci possano essere altri elementi per capire l’origine dell’infezione. La legge del Ministero della sanità del 1992 parla chiaro. Dispiace per il ristoratore, ma dispiace di più per i venti intossicati che soffrono di problemi di salute non proprio marginali.

  13. bruno courthoud Says:

    il parassita è stato individuato in un ospedale olandese, l’antidoto deve essere richiesto alla svizzera: fotografia della costosissima, ma inefficace ed inefficiente sanità valdostana ed italiana?

  14. Michele Says:

    Credo sarebbe peggio avessero scorte di quei medicinali, visto che quel parassita da noi non esiste ( non dovrebbe ). Se avessero quei farmaci probabilmente ALP avrebbe fatto l’ennesimo scoop sensazionale denunciandone l’inutilità 🙂

  15. bruno courthoud Says:

    cosa intendi per “da noi”? in Italia? in Valle d’Aosta? in Svizzera è invece così diffuso quel parassita? Come sarebbero andate le cose se gli intossicati fossero stati comuni cittadini e non membri della casta?

  16. bruno courthoud Says:

    A margine poi delle considerazioni sul pessimo stato di salute della costosissima ed inefficiente sanità valdostana e italiana (è una magra consolazione quella di poter dire che altrove in italia le cose stanno peggio, ma chi si accontenta gode …), dispiace che, a causa di questo contrattempo, il buon marguerettaz, lunedì pomeriggio, non abbia potuto partecipare ai funerali dell’amico Giorgio Nasso, insieme ai suoi colleghi di casta: rollandin, perron, giordano, follien, barocco, ecc.. La famiglia capirà.

  17. ma basta là Says:

    Non sono d’accordo con @il Punto Rossonero. Fare il nome del ristorante non significa sputtanare, né operare una gogna mediatica. E’ semplice cronaca. Il fatto è avvenuto lì. Punto. La sua difesa del comportamento dei giornali su questo caso cozza contro le regole più elementari della corretta informazione (le fatidiche 5 “w”: who, where, when, what, why – chi, dove, quando, cosa, perché). I giornali valdostani non si fanno nessun problema a pubblicare i nomi dei protagonisti di fatti di cronaca. Non mi pare lo facciano solo nei casi in cui la colpa è dimostrata inconfutabilmente (sennò dovrebbero pubblicare solo i nomi dei condannati in terzo grado di giudizio). I nomi, guarda caso, spariscono solo nei casi in cui sono coinvolte persone “importanti” (potenti, amici e amici degli amici). Le persone comuni e i “poveracci”, invece, possono essere “rovinati” tranquillamente. A loro la gogna mediatica non fa male, evidentemente.
    Tornando al caso in discussione, sarebbe stato cattivo giornalismo scrivere che l’intossicazione è stata causata dall’imperizia del cuoco, o dalla scarsa igiene della cucina, cose che devono essere dimostrate. Ma non scrivere che gli intossicati hanno mangiato pesce crudo in quel ristorante significa ignorare l’abc della professione. Oppure, più verosimilmente, “dimenticarsene” in certe occasioni. Il giornalismo non è uguale per tutti.


  18. Si dice che in Italia ci siano 60 milioni di commissari tecnici, ma aggiungerei che ci sono anche 60 milioni di giornalisti. Mi chiedo come mai nessuno vada mai da un ingegnere a dirgli “guarda che quella costruzione lì è sbagliata secondo me”, oppure da un idraulico a suggerire soluzioni migliori rispetto a quelle che ha individuato per riparare le tubature di casa.

    Ringrazio il signor “ma basta là” per aver ricordato le cinque w (caspita, chi lo avrebbe mai detto). Io, in cambio, ricambio suggerendogli di dare un’occhiata alle regole che formano la deontologia professionale di chi fa informazione. Qualcuno le segue, sa? Per dirne una: nei fatti di cronaca i nomi non si fanno solo nei casi in cui la colpa è dimostrata inconfutabilmente, ma quando ci sono provvedimenti ufficiali (arresto, avviso di garanzia, eccetera).

    Prendo infine atto di un paio di cose. Superzenta dice che “il discorso è in generale” e di voler solo “porre domande”, come in effetti è legittimo. Tuttavia la sequela di commenti si è ridotta – mi spiace rilevarlo – in un totoscommesse tra anonimi che lanciano pronostici: la colpa sarà del ristorante o del fornitore? Nessuno che dica: aspettiamo le analisi e le eventuali indagini. Evabbé, poi sono i giornali quelli cattivi.

    Il secondo fatto che rilevo è questo banale e qualunquistico piagnisteo: “ah, signora mia, i giornali valdostani sono corrotti e omertosi e riservano un trattamento speciale ai potenti”. Mah, credo che il giornalismo valdostano abbia i (tanti) vizi e le (alcune) virtù del giornalismo italiano. Tuttavia ci si dimentica di dire che la storia dell’intossicazione e del ricovero di un assessore regionale non è uscita grazie ad un comunicato stampa, ma è una notizia che è stata trovata e riferita ai lettori da un giornale valdostano (anzi, dalle pagine valdostane di un giornale italiano). Omettere questo particolare significa inficiare tutta la discussione. Per capirci: la Pravda non avrebbe mai sparato in prima pagina che Andropov ha la cagarella. Saluti.

  19. ma basta là Says:

    Immagino il punto rossonero sia un giornalista. Direi che all’ingegnere che ha progettato il ponte sul Buthier qualche critica sia stata fatta, non solo da parte di ingegneri, a occhio. E non si è salvato neanche Calatrava a Venezia, se non sbaglio. In quanto agli idraulici, suggerisco di partecipare a qualche assemblea di condominio dopo i loro interventi. Gli esami non finiscono mai, diceva Eduardo, forse perché non era un giornalista. A proposito di cagarella, il fatto che un assessore ne soffra non mi pare una notizia degna della prima pagina, se non si aggiunge nient’altro. Ma chiederò a Feltri cosa ne pensa, pare sia un giornalista pure lui. Prendo atto che se un giornalista assiste a un omicidio, per pubblicare l’articolo su ciò che ha visto con i suoi occhi debba aspettare la conferenza stampa dei carabinieri con i provvedimenti ufficiali.

  20. superzenta Says:

    Mi sembra che il commento del signor Mabastalà, sia azzeccato. Non nominare il nome del ristorante mi sembra una “correttezza” che punisce l’informazione. Sarebbe stato grave incriminarlo, ma l’omissione del luogo (con la deontologia professionale non c’entra un fico) desta dei legittimi sospetti che non aiutano certo a salvaguardare l’immagine stessa del ristorante, semmai l’aggravano: tutti sanno il chi e il dove, basta leggere il dépliant pubblicitario. Signor Puntorossoenero, nel mio commento facevo un discorso in generale sull’omertà diffusa tra le nostre vallate, omertà che spesso si riscontra anche nelle pagine dei nostri quotidiani. Non ho rilevato nessun totoscommesse nei numerosi commenti, ma teorie, supposizioni, critiche a un marchio, alla sanità, al giornalismo, come in qualsiasi discussione. Ma nessuna voglia di capro espiatorio. Che poi sia un giornale a trovare la notizia la cosa non mi stupisce: non dovrebbe essere sempre così?


  21. Che gli esami non finiscano mai è cosa buona e giusta, caro ma basta là. Non sono qui a dire che i giornalisti sono casta intoccabile, anzi. Partecipo al dibattito perché mi interessa confrontarmi sul tema, non per dire che lei o superzenta siete dei cialtroni (cosa che non penso). Ma non posso fare a meno di respingere una certa supponenza che spesso colora le critiche. Variando il tema su un concetto già espresso, la critica è un’attività lodevole, ma la critica pregiudiziale (“tanto sono tutti uguali”, “eh questi giornalisti venduti”, “oh signora mia, omertà omertà”) non ha molto costrutto. Poi, se fatta nel completo anonimato… I giornalisti hanno tanti difetti, ma almeno ciò che scrivono lo firmano, ci mettono la faccia e se ne assumono la responsabilità. Troppo facile spiaccicare giudizi su internet dietro ad uno pseudonimo. Mi spiace, inoltre, che per amor di polemica lei scriva banalità sentite qua e là. Non ho parlato di conferenze stampa dei carabinieri, ma di atti. Un arresto è un arresto, una confidenza su un arresto è una confidenza e va verificata prima di darne conto sul giornale, una voce di paese (“Lo sanno tutti che è stato quello lì”) diventa diffamazione a mezzo stampa. E poi. Se il giornalista assiste ad un omicidio (rarità, ma può accadere) non ha bisogno di null’altro per scriverne (salvo essere chiamato dalla magistratura come testimone, e a quel punto forse non è nemmeno il caso che sia lui a scrivere l’articolo. Inoltre la magistratura – nel caso l’assassino sia scappato – potrebbe chiedere il silenzio stampa per non inquinare le indagini). Non è così semplice lavorare nell’informazione, l’avrebbe mai immaginato?

  22. marburg Says:

    @puntorossonero che dice: “Poi, se fatta nel completo anonimato… I giornalisti hanno tanti difetti, ma almeno ciò che scrivono lo firmano, ci mettono la faccia e se ne assumono la responsabilità. Troppo facile spiaccicare giudizi su internet dietro ad uno pseudonimo.”
    MA CI SEI O CI FAI?


  23. Cara Superzenta, il direttore della Stampa, Mario Calabresi, ieri a Courmayeur raccontava di come egli stesso, ad un certo punto della psicosi per l’influenza H1N1, abbia deciso di mettere un freno alle notizie sui morti per influenza in Italia. “L’Oms – ha spiegato Calabresi – aveva annunciato tra i 5 mila e i 10 mila morti nel nostro paese. Poi ho scoperto che in Italia muoiono ogni anno 7 mila persone di influenza, quella normale. Quando abbiamo capito che si stava scatenando la psicosi abbiamo deciso di non eccedere nei toni, altrimenti la gente avrebbe cominciato a non mandare più i figli a scuola, il paese si sarebbe fermato”. Bene. Si chiama senso di responsabilità e non ha ricette. Sta alla sensibilità di ognuno. Se lei fosse la proprietaria del ristorante suddetto forse avrebbe un certo qual fastidio a sapere che per mezza Valle d’Aosta quel locale è “quello lì del pesce infetto”. Se poi non si accerteranno responsabilità, le gireranno doppiamente le scatole. Ma è un’ipotesi. La vera proprietaria si è lasciata intervistare da Aostaoggi.it, ad esempio. La scelta di mettere o non mettere il nome del ristorante è libera. Alcune testate locali (Aostaoggi, 12vda, solo per fare esempi) lo hanno fatto e in tutta legittimità. Si chiama autonomia di giudizio, linea editoriale ed è sacrosanto essere liberi di scegliere (nel rispetto delle leggi). Urta parecchio, invece, il riflesso condizionato secondo cui se uno fa una scelta diversa (tipo omettere il nome del ristorante) allora è indice di omertà. La scelta è del tutto criticabile e la si può ritenere errata, ma vedere sempre e comunque la malafede è un esercizio retorico che non serve né al dibattito sul vostro blog, né contribuisce a discutere seriamente di giornalismo.


  24. marburg, de che??

  25. Libero Says:

    Punto Rosso e Nero perché se è così contrario all’anonimato non si firma con il proprio nome? ha ragione marburg: ci sei o ci fai?


  26. Oh, Libero, è solo una mediocre strategia di marketing per il mio misero blogghettino che da mesi non aggiorno. Il mio nick è cliccabile, come avrai notato: si va al sito, dove il mio nome è scritto dappertutto. Ci siete o ci fate?

  27. ma basta là Says:

    Ok, aspetteremo un atto ufficiale della magistratura che ci dica dove cavolo ha mangiato l’assessore.

  28. Michele Says:

    @bruno courthoud:
    con “da noi” intendevo l’occidente. Sembra sia diffussisimo in oriente ( cina, giappone, corea ) ma che in Europa praticamente non esista. Credo sia questa la ragione del recupero di farmaci in Svizzera: immagino lì ci sia o una fabbrica o una qualche struttura che conserva farmaci per malattie rare ( ma è solo una supposizione ).

    Mi sembra esagerato perfino per gli standard valdostani pensare che avrebbero lasciato un comune cittadino col fegato pieno di vermi.

    Insomma ci sono tante cose che si possono rimproverare al nostro sistema sanitario, insistere su questa cosa mi sembra un autogol.

  29. patuasia Says:

    Signor Rossonero, da uno che critica aspramente l’anonimato un atteggiamento meno indiretto per raggiungere il suo nome sarebbe auspicabile.

  30. bruno courthoud Says:

    a michele:
    è un discorso di carattere generale che va ben al di là della sola sanità; in confronto ad altri paesi europei abbiamo un rapporto prezzo/qualità che non regge il confronto: paghiamo di più (tasse più alte) ed abbiamo servizi più scadenti. Lo conferma una recentissima indagine della CGIA di Mestre che è ampiamente circolata sul web (si dice così?). D’altronde, da un paese ai cui cittadini si chiedono di pagare 50 miliardi annui circa di tassa sulla corruzione, 80 miliardi circa per colmare gli sprechi, 150 miliardi circa per finanziare le mafie, 120 miliardi circa per sopperire ai grossi capitali che volano all’estero, non si può mica pretendere di più, giustamente.

  31. bruno courthoud Says:

    a michele
    riporto testualmente da La Stampa odierna:
    “L’intossicazione da opisthorcis (fino a qualche anno fa era detto clonorchis) sinensis non è la prima volta che avviene in Italia. Nel 2008 – ha riferito ieri l’Usl di Aosta – 34 persone si erano ammalate mangiando filetti di tinca crudi pescati nel lago di Bolsena. “L’83 per cento delle tinche pescate in quello stesso lago – si legge in una nota del dottor Roberto Novati della direzione Area ospedialera di Aosta – ed esaminate a posteriori si rivelarono infestate dal parassita”. Ieri medici e dirigenti Usl hanno aggiunto che l’opisthorcis è presente anche nel Trasimeno e in alcuni laghi della Lombardia”.
    Non corrisponde pertanto al vero la Sua affermazione secondo la quale questo parassita in Europa (e quindi in Italia) praticamente non sarebbe presente, e giustificherebbe l’assenza dell’antidoto.
    Incomprensibile l’affermazione del primario del reparto di malattie infettive Antonio Traverso, il quale afferma, a proposito del farmaco: “Ne avevamo nella nostra farmacia per trattare casi molto più gravi”.
    Infine, dubito seriamente, nel caso il fatto fosse capitato a cittadini non appartenenti alla casta, con conseguente megafono mediatico, che la mobilitazione avrebbe coinvolto tutto l’apparato sanitario ospedaliero (l’assessore lanièce, stefania riccardi, la direzione area ospedaliera di aosta, il primario del reparto di malattie infettive, ecc.): probabilmente staremmo ancora aspettando di capire che cosa è successo (ce lo hanno detto gli olandesi).

  32. bruno courthoud Says:

    @michele
    non me ne volere, ma é La Stampa che continua a smentirti:
    “Secondo i documenti il pesce non arrivava dalla Cina, ma dal Lazio. … Il Lazio è la regione dove nel 2008 si è verificato l’ultimo caso accertato di intossicazione in Italia (vedi sopra). … Carpe e tinche sono gli ospiti scelti dal parassita opistorchis sinensis che infesta i laghi di tutta Europa.”
    Direi che a questo punto sarebbe meglio conservare qualche confezione di antidoto anche in Italia, per la prossima volta, e magari anche in Valle d’Aosta (pare che il principio attivo sia lo stesso di un vermifugo usato per i gatti).
    Ma chi avrà messo in circolazione questa storia del pesce proveniente della Cina (d’accordo, la cina è vicina, ma …). Un tentativo di depistaggio?
    Sempre ineffabili gli interventi pubblici del direttore Usl Stefania Siccardi (sempre da La Stampa): “Faremo una serie di studi clinici, sia sull’evoluzione della parassitosi, oltre che …”.
    Sembra che nessuno al mondo abbia mai avuto sentore e notizia prima d’ora di questa parassitosi. La studieremo noi! magari con qualche bell’incarico ad hoc!

  33. Michele Says:

    Signor Courthoud,

    Non è che mi interessi difendere l’USL però:
    34 casi su una popolazione di 60 milioni di abitanti statisticamente significano non esistenza. Il fatto che i pesci siano infetti non significa nulla, contano i contagi umani. Anche la carne di pollo che compriamo è per la quasi la totalità infetta (non vermi ma batteri) semplicemente nessuno è così stupido da mangiare il pollo crudo. Io spero solo vengano accertate in fretta colpe e colpevoli e che venga detto chiaramente che il responsabile è un criminale.

    Sinceramente non so il perchè il farmaco sia stato reperito in Svizzera, probabilmente era il posto più vicino, o magari no, semplicemente non credo che abbiamo informazioni sufficienti a riguardo per giudicare.

    Rimango della mia idea: assessore o no, la mobilitazione sarebbe stata la stessa. Un verme che si trova nei pesci cinesi infetta una trentina di persone in una regione che basa la sua economia sul turismo. Non ci stiamo facendo una gran figura.

  34. patuasia Says:

    La storia sta diventando veramente comica! Un pesce che prima era una carpa e poi si rivela una tinca. Un Prodotto del territorio valdostano che si fa centinaia di km per arrivare sulla tavola. Un assessore al turismo intossicato in una iniziativa da lui sponsorizzata e con un marchio che ne dovrebbe attestare la qualità e la tradizione. Una manifestazione culturale che si vuole indimenticabile! Parassiti che vengono debellati grazie a farmaci comuni, ma provenienti dalla Svizzera, insomma ce n’è abbastanza per mettere in piedi uno spettacolo per la prossima edizione del Printemps Theatral!

  35. Michele Says:

    La Cina viene tirata in ballo perchè l’infestazione nell’uomo in quel paese è endemica. Da noi, nell’uomo, quel parassita non esiste. Infatti dall’articolo si desume che in tutto il 2009 non ci siano stati casi di infestazione.

  36. Senpai Says:

    Leggo con piacere i vari commenti e voglio aggiungere il mio, da partecipante alla famosa cena. Il nome del ristorante va fatto non per parlare male o stroncare la carriera ma semplicemente come dato di fatto. E anche perché è il primo punto dove chiedere spiegazioni e/o il rimborso dei danni fermo il diritto di rivalsa verso chi ha creato veramente la situazione.

    Nel mentre, se non vi dispiace, vado a preoccuparmi della salute della mia compagna e mia che, con tutti gli esami che stiamo facendo, mi sembra prioritario… per ora possiamo posticipare un attimo la questione responsabilità per curarci al meglio. Dopo si vedrà.
    PS: anche per questo commento vale la regola che con pochi click di anonimo non c’è nulla.

  37. carla Says:

    sono una sfortunata partecipante alla cena di CHALLAND e vi assicuro che non e’ divertente aver avuto febbre a 39 ,coliche ,mal di testa , vomito ricovero ospedaliero e fegato con lesioni dovute al verme. Chi devo ringraziare per tutto questo ? tenuto conto che non ho ancora finito di fare controlli e che la terapia e’ stata abbastanza pesante VORREI sapere se anche altri partecipanti hanno avuto gli stessi sintomi e problemi

  38. moussechocolat Says:

    Signora Carla, noi di Patuasia, come lei, vorremmo tanto sapere su chi devono ricadere le responsabilità del suo mal di pancia, ma temiamo che tutto cada nel solito oblio. Sta a voi vittime mantenere alta l’attenzione per cercare il responsabile e farvi giustamente risarcire.

  39. bruno courthoud Says:

    pare che la procura stia indagando, ma le premesse sono pessime: il ristoratore di challand afferma di aver seguito le procedure di legge; pare che le buste con le tinche siano partite dai laghi trasimeno e/o bolsena (e non dalla cina) con le necessarie avvertenze circa la possibile presenza dei parassiti, il percorso dei pesci è conosciuto (treviso, bolzano, aosta), però, però … il foglietto con le avvertenze s’è perso per strada, non si sa dove … (se qualcuno per caso lo ritrova lo consegni agli inquirenti). Sembra una tipica storia all’italiana, da archiviare. Alla de andré: la colpa è di chi s’è beccato l’infezione.
    Alla signora carla: so di altri, come lei, che stanno aspettando i risultati dell’inchiesta (l’USL ha già messo le mani avanti affermando che i tempi saranno lunghi) per poter sapere a chi rivolgersi per i danni subiti. Tanti auguri!

  40. Senpai Says:

    Sig.ra Carla, come può vedere da un mio commento precedente la mia compagna ed io siamo tra i fortunati. Nonostante la mancanza di sintomi siamo abbastanza “adirati” per quello che stiamo patendo.
    La richiesta di risarcimento è uno dei nostri obiettivi, la invito a contattarci sul mio blog.
    Auguri di pronta guarigione e speriamo di poterci mettere alle spalle tutto questo al più presto.
    PS: anche nel caso di esami negativi sono garantiti mesi di trafile tra esami e verifiche per sicurezza, ovviamente con significativo esborso di soldi e perdita di tempo (=altri soldi).

  41. moussechocolat Says:

    Fatevi risarcire i danni economici e i danni morali! Tenete duro questione di giustizia!

  42. carla Says:

    VI invito a leggere http://cerere.vet.unipi.it/system/files/DGSAN+3133+23-02-08+Opistorchiasi.pdf su questo sito ci sono informazioni che avrebbero forse potuto evitare l’infestazione alimentare del 24/7 i ristoratori avrebbero dovuto avere queste informazioni e pure l’assessorato regionale alle sanita’ delle regioni,quindi le responsabilita’ sono di chi ha cucinato il pesce . Una sfortunata partecipante alla cena che non si e’ ancora ripresa

  43. Gabriele Says:

    I miei genitori hanno partecipato alla cena… chiedo chiunque abbia partecipato di mettersi in contatto con me… grazie mille!! Gabriele

    gabriele.tortora@ecoteco.com


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