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La ‘ndrangheta made VdA (13° parte)

13 giugno 2013

Il patrimonio occulto della famiglia Nirta. Così recita il decreto di confisca del Tribunale di Aosta:

In ordine alla scoperta di un ingente patrimonio occulto riferibile al proposto ( Giuseppe Nirta, ndr) , la Procura della Repubblica ha innanzitutto fornito compiuta prova dell’assoluta sproporzione dello stesso rispetto ai redditi leciti prodotti dal Nirta e dal suo nucleo famigliare. I genitori, Nirta Antonio e Teresa Argirò, emigrano negli anni ’50 dalla Calabria per giungere in Valle d’Aosta; il padre svolge per lunghi anni il lavoro di minatore contraendo la silicosi, che lo costringerà in seguito al ritiro dall’attività lavorativa, mentre la madre trova impiego come bracciante agricola, per taluni periodi anche in Svizzera. Lo stesso Nirta Giuseppe pare avere svolto negli anni solo piccoli lavori di imbiancatura, per lo più affidatigli da privati”.
L’immagine pubblica fornita da Giuseppe Nirta non corrisponde a verità. “Quanto poi alla presunta laboriosità del proposto, essa risulta smentita dalle dichiarazioni dei redditi dello stesso, che evidenziano entrate di modestissima entità e, in alcuni anni, anche inesistenti. Dalla documentazione prodotta dalla difesa può escludersi che il Nirta abbia partecipato a gare di appalto pubbliche di una certa rilevanza: la difesa ha infatti prodotto documentazione della Regione Autonoma Valle d’Aosta da cui si evince che in due occasioni (nel 1991 e 1992) la ditta individuale del proposto ottiene in subappalto piccoli lavori di tinteggiatura e che in tre occasioni (nel 2000 e 2002) partecipa a gare di appalto. Risulta poi accertato, dagli accertamenti svolti dalla Procura della Repubblica, che il Nirta effettuasse lavori per lo più in collaborazione con terzi. Le risultanze delle indagini svolte negli anni sul conto del proposto danno un quadro totalmente differente da quello dell’onesto lavoratore e del forte risparmiatore.

E’ un fatto che ogni qual volta, nel corso degli anni, gli organi inquirenti hanno svolto attività di osservazione sul Nirta, egli venga colto all’atto di frequentare pregiudicati e di compiere con essi traffici delittuosi e non nello svolgimento di onesti lavori.”

Conclusione: il deposito bancario in Svizzera della signora Nirta non ha spiegazioni plausibili. Così la sentenza:

“Per queste ragioni non trova alcuna spiegazione plausibile, se non nell‘accumulazione di ingenti proventi da attività illecite, la circostanza che il 25 novembre 1993 la signora Argirò ( mamma di Giuseppe Nirta, ndr) apra la relazione bancaria XX90-0 presso Credit Suisse di Fribourg (CH) in cui viene versata la somma iniziale di 1.234.304 franchi svizzeri.
Nello stesso anno, a nome Mandarino Francesca (moglie di Giuseppe Nirta, ndr), venne aperta altra relazione bancaria, la XX421, presso la UBS di Martigny. (roberto mancini)

L’assoluzione non sempre smacchia

11 giugno 2013

Perché ho voluto pubblicare alcuni stralci della sentenza sulla confisca dei beni dei Nirta? Due sono i motivi: il primo è che mi sembra opportuno invitare la cittadinanza a una maggior attenzione verso le sentenze che sono atti pubblici e quindi consultabili. Una democrazia sava e viva necessita di conoscenza. Secondo è che il concetto di prevenzione del reato che sortisce dalla sentenza, è importantissimo: “La Cassazione ha inoltre precisato che la pronuncia assolutoria e irrevocabile, non comporta l‘automatica esclusione della pericolosità, quando la valutazione di tale requisito sia effettuata dal giudice della prevenzione in base ad elementi distinti, ancorché desumibili dai medesimi fatti storici tenuti in rilievo nella sentenza”. La logica del decreto di confisca dei beni dei Nirta capovolge quindi la “way of life” berluskoniana. Qual’è il infatti il nocciolo del pensiero (e della prassi…) berluskonista? Eliminare dalla società il concetto di controllo e disapprovazione sociale. Vale solo il risultato, (politico, economico, sportivo) comunque ottenuto, magari barando. Vige il machiavellismo deteriore, da bar sport: il fine giustifica i mezzi. In realtà una società è democratica, ordinata ed ugualitaria, solo se afferma e pratica il contrario:
non tutti i  mezzi (ad esempio quelli truffaldini e criminali…) possono essere usati per raggiungere un fine. Se ogni mezzo è valido, i deboli non sono tutelati. Con la scusa della “libertà d’iniziativa”, il berluskonismo mira a cancellare ogni disciplina riguardante la sfera etica del comportamento ed il conseguente giudizio, morale o deontologico. Ogni giudizio di comportamento e di valore viene bandito, annullato dalla sfera penale cui tutto è demandato. Salvo poi, una volta emesso un giudizio di condanna, delegittimare la sfera penale con giudizi politici sui giudici ( la supercazzola sulla “toghe rosse” ecc…). La logica della legge e delle misure di prevenzione che abbiamo visto applicate al caso Nirta è opposta: un’assoluzione penale dal reato di associazione a delinquere non significa che il soggetto sia raccomandabile. La pericolosità sociale non si esprime solo violando il codice penale. Un individuo è pericoloso socialmente sia che stia per compiere atti delittuosi, sia che abbia patrimoni spropositati rispetto alle sue attività riconosciute. I contatti e le frequentazioni con malavitosi sono indizio di vita deviante. A me viene in mente qualcuno bis. (roberto mancini)