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Casi nostri

29 novembre 2008

file00016A volte le vocazioni nascono da una mancanza. Chi non ricorda Pietro Valpreda, il ballerino zoppo. I musicisti sordi si fanno forza dell’esempio del grande Beethoven. Di cantanti stonati ce n’è tanti, ma in genere si esibiscono nel chiuso del loro box doccia. Quelli che ne escono per intrattenere il pubblico in genere qualche dote ce l’hanno, perché il pubblico sa essere cattivo con chi lo delude. Ma il nostro pubblico di oggi è piuttosto stordito: se paga, come forma di rispetto per se stesso, deve essere entusiasta comunque (standing ovations a metà tra il tributo e il facciamo che andare che se no uscire dal parcheggio diventa un casino). Se non paga, ha un po’ di ritegno a cavare un dente al caval donato. Deve essere nato così il caso di D. La prima volta che imbracciò una chitarra qualcuno, giustamente, lo incoraggiò. La prima volta che scrisse una canzone, qualcuno, giustamente, lodò le parole. Di lì in poi D. decise che poteva farcela. Con indefessa fiducia nei suoi mezzi si iscrisse a tutti i festival e partecipò a tutti i raduni. Qualcuno scambiava il suo stile sciatto per una voluta critica dell’esistente, o per una parodia dell’autocritica del cantautore commerciale . Molti si accorsero che D. non era in grado di ripetere una melodia senza spianarla come uno schiacciasassi, ma gli altri applaudivano, e sembrava brutto dissentire. D. diventò così specialista di una cosa che non sapeva fare. Incise dischi, partecipò a tournée, e volta a volta gli spettatori avveduti pensavano a un cattivo ritorno delle casse spia, a una bronchite dissonante, a un empito di protesta che coinvolgeva le strutture borghesi della musica tonale. Nella storia non è un caso isolato – vedi la vicenda di Florence Foster Jenkins. Ma è forse l’unico caso nostro. Le sue esibizioni certo sono casi nostri.