Posted tagged ‘patois’

Privatizzare il Concours Cerlogne?…

19 Maggio 2014

Si annuncia uno dei più radicati riti di regime, il Cerlogne.
La scuola pubblica dovrebbe organizzare manifestazioni di questo tipo per l’inglese, il cinese, l’arabo, lo spagnolo, il russo. La scuola pubblica deve insegnare le materie che aiutano a capire il mondo globalizzato e a lavorarci, non quelle che emozionano una minoranza della popolazione, o solo i partiti etnici. Quelle, soprattutto le lingue, che aiutano a comunicare, non a segnare il territorio come il piscio dei gatti. La scuola pubblica non deve “emozionare”, per quello c’è Dario Argento. Perché non organizzare un corso di marxismo o di mistica fascista? Emozionerebbe di sicuro qualche studente… I privati, quelli che giustamente nel loro dialetto vedono le loro radici, si tutelino da soli: potrebbero privatamente pagarsi il concours Cerlogne. La scuola pubblica deve agire nell’interesse collettivo, non parziale. Ci fosse una Destra decente in Vda, queste proposte le farebbe lei.
Invece solo peracottari berluskonisti, talmente ignoranti che, dal nome e cognome, pensano che Benedetto Croce sia stato un prete… Finirà così: quando la ottusa nomenklatura localista sarà costretta ad accorgersi che la scuola pubblica deve insegnare inglese a go-go, si continuerà col patois. Poi statisti insigni, pensosi del bene dell’Autonomia, finanzieranno con denaro pubblico ( magari 500.000 euro a fondo perduto…) scuole private di inglese, opportunamente create ed intitolate a parenti, famigli, compari di loggia e fidanzate “in sonno” di Jovencan e Brusson. Gabelle linguistiche… Così una lezione costerà 70 euro all’ora, mentre con la scuola pubblica sarebbe gratis, e loro ci guadagneranno pure sul ritardo che hanno imposto alla scuola pubblica. Da ghigliottina… In metafora eh? (roberto mancini)

 

Il valdostano!

10 novembre 2013

Il consigliere regionale del M5s, Stefano Ferrero, invitato al Congresso dell’Union, espone il suo intervento in francese e in patois. Più valdostano dei valdostani.

Truffa à la Vapelenentse

28 giugno 2013

Ma la traduzione dal patois all’italiano delle intercettazioni sulle presunte truffe bovine, non sta andando troppo a rilento? Ieri la notizia dell’ennesimo rinvio  richiesto dai periti. Per carità, chi va piano va sano e va lontano, il passo del montanaro è lento e sicuro, però non vorrei che, al posto della cima innevata, si avvicinasse invece la prescrizione del processo. Capisco che il lavoro sia complesso, lungo e faticoso, ma la Valle dovrebbe essere ricca di patoisants esperti, no? Con tutti soldi pubblici indirizzati alla sua conoscenza, anziché al marginale ed inutile inglese, dovrebbero esserci frotte di esperti, competenti, rapidi ed affidabili. Un po’ di più di quel Mario Morin, perito balistico del tribunale di Venezia, che negli anni 70 fece in modo che le risultanze sulle armi di Ordine Nuovo (cui era vicinissimo, cfr di Gianni Barbacetto “Il grande vecchio”, pag 295) scagionassero i fascisti. Insomma che i periti siano imparziali è importante…  Il nucleo politico di quanto sta succedendo nelle stalle, luogo della più potente lobby elettorale valdostana e brand della “valdostanidad”, lo ha esposto con chiarezza Bernard Clos, allevatore di Jovençan e presidente della potentissima congregazione degli “Amis des batailles de reines”.La dichiarazione risale all’inizio delle indagini: “come cittadino non comprendo quella che considero un’ingerenza. Una destabilizzazione del nostro autogoverno. Ma come, non si è forse capaci in Valle di far controlli sanitari o inchieste giudiziarie? Nonostante i torti che stiamo subendo, siamo galantuomini“. Quanto a suo papà Adolphe, leggendaria figura nel mondo degli allevatori, ebbe a dichiarare, lunedì 4 marzo 2002, nel salone delle conferenze del municipio di La Salle, insieme a Vincent Treves e Laurent Viérin (allora segretario della JV): “questa sera sono ammesse due sole lingue, francese e patois. La nostra lingua, la nostra identità vanno difese dallo spirito sfruttatore degli italiani. Gli italiani distruggono il nostro territorio, utilizzano le nostre risorse, svuotano le nostre miniere. Dobbiamo reagire vigorosamente contro lo straniero. Abbiate coraggio di essere intransigenti. Puntate i piedi contro la porta, resistete agli oppressori della vostra identità”. Ingerenza. Destabilizzazione del nostro autogoverno. Reagire contro lo straniero. Spirito sfruttatore degli italiani. Oppure una semplice truffa bovina? Come Berluska, questi la mettono in politica. Ditecelo in fretta, per piacere. (roberto mancini)

Questo patois stona

18 luglio 2012

Ho sempre affermato che la valorizzazione e conservazione dei beni materiali e immateriali di un territorio è doverosa da parte di chi quel territorio vive, il patois dunque va difeso, ma qualcosa nel complesso stona. La soddisfazione manifestata da alcuni vip della Lega riguardo all’iniziativa della gemella Union di portare il patois a scuola è prova inconfutabile che l’operazione vada oltre le nobili intenzioni. E’ lecito pensare che la scelta facoltativa possa divenire in un futuro prossimo obbligatoria. Un obbligo non necessariamente formalizzato, ma indotto con mezzi subdoli. Operazione tipica di un regime che usa una neolingua (il patois ufficiale non è esattamente quello da difendere), per mantenere se stesso. La tradizione orale che va difesa è quella che si impara a casa e si parla in paese, bene dunque a quelle iniziative come il teatro popolare e a quelle strutture come le biblioteche che offrono la possibilità di esercitarla anche fuori dal quotidiano, ma insegnare nelle diverse scuole valdostane la stessa neolingua che uccide le differenze, mi sembra un’operazione costruita a tavolino, priva com’è di quella spontaneità che nell’apprendimento della lingua madre è un dato necessario. Una lingua che nasce da una precisa volontà politica vive per compiacere la stessa e morirà quando questa verrà sepolta.

Il Signore dei tranelli

12 luglio 2012

Rencontres del quarto tipo

31 agosto 2011

In neolingua l’assessore alla Cultura, Laurent Viérin, spiega, dall’opuscolo informativo, l’importanza della conservazione del patois. Di tutte le forme del patois. Di tutte le varietà del patois. Di tutta quella diversità linguistica che caratterizza la nostra comunità. Lo afferma con una lingua studiata a tavolino da ben pagati esperti. Espressione ufficiale che non parla e mai parlerà nessuno. Il giovane assessore era ancora un bambino quando l’operazione neolingua è cominciata non credo, quindi, siano da attribuirsi a lui le sciocchezze commesse. Ma il giovane assessore potrebbe dire la sua in merito a questa colossale bufala, nonché palese contraddizione. Bufala, perché nessuno userà la neolingua in quanto non di origine materna, piuttosto di provenienza matrigna. Contraddizione, perché l’operazione va esattamente nella direzione opposta di quella dichiarata e cioè la conservazione della diversità.

Belli pieni!

23 agosto 2011

Presuntuosa sciocchezza

4 luglio 2011

Nel 2001 l’allora assessore al Turismo, Luciano Caveri, aveva espresso una valutazione negativa alla candidatura, sostenuta soprattutto dai verdi, di inserire il massiccio del Monte Bianco nel seppur lungo elenco dei Patrimoni dell’Umanità firmati UNESCO. Caveri trovava logoro il concetto di “patrimonio dell’umanità”, considerava più interessante quello di “patrimonio orale e immateriale” a cui associava la cultura walser. Oggi, l’attuale assessore alla Cultura, Laurent Viérin, fa sua una parte di questa idea e propone di elevare il patois a patrimonio universale dell’umanità. Ma cosa significa patrimonio dell’umanità? Io credo che si debba interpretare come una ricchezza che non ha frontiere culturali, così sublime e unica da essere compresa e riconosciuta da tutti (il fatto che sia nota non ne toglie il valore aggiunto). Una lingua parlata e compresa da qualche migliaio di persone, come può assurgere a essere ricchezza condivisa da sette miliardi di esseri umani? Sono perfettamente d’accordo che il patois vada salvaguardato e approvo le numerose iniziative che mirano alla sua valorizzazione, ma che questa lingua diventi un tesoro anche per gli aborigeni, i masai, i tuareg, gli sherpa, gli hunza, i kurdi… e per tutte le minoranze che sono distribuite sul pianeta, mi sembra una presuntuosa sciocchezza.

Lingua madre o matrigna?

17 febbraio 2011

Non voglio entrare specificatamente nel merito riguardo al nuovo patuà, perché non ne ho le competenze, ma non posso non farmi alcune domande. La prima è infantile: perché? Una persona informata sui fatti e sono convinta in buona fede, mi ha risposto: per salvare la lingua francoprovenzale in via di estinzione. Ma è così moribondo il patois in Valle d’Aosta? No, è vivo e vegeto. A esser morto, semmai è il francese. Allora che bisogno c’è di una neolingua che mortifica la ricchezza dei vari idiomi presenti nelle diverse vallate valdostane? Secondo il concetto di salvaguardia, in genere, si salva quello che c’è, non se ne fa un clone bislacco. Dunque, se ho ben capito, ma non può che essere così, per salvare una lingua se ne inventa un’altra più facile così ha più possibilità di diffondersi. Ma anche questo concetto, se preso in esame, fa acqua da tutte le parti, perché una lingua vive se la si parla e la si parla soprattutto a casa: lingua madre appunto. Dunque, un bambino che si esprime in francoprovenzale di Ayas andrà un domani a scuola per imparare quello nato in provetta? E questo per salvaguardare la sua lingua madre? Non capisco. Non ci siamo. Non mi convince. Ho quasi la sensazione che non si sia voluto difendere il patrimonio linguistico locale, che infatti seguirà il suo destino, bensì inventare una neolingua UFFICIALE. Proprio una roba da regime. (Abbiamo due lingue ufficiali, ne abbiamo bisogno di una terza?). Nata da una fecondazione assistita da sapienti luminari e dopo una gestazione durata lunghi anni. Anche questa necessità di omologazione contrasta con un altro concetto: quello della difesa della diversità. E poi la lezione del francese i nostri Vieren, Rollanden, Serise, Rivolen e ambarabàciccicoccò, avrebbero dovuto impararla:  una lingua vive se è vissuta e non imposta! Sarei curiosa di sapere cosa ne pensano gli intellettuali valdostani al riguardo, se ce ne sono, ovviamente.

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La crudeltà del nuovo linguaggio

11 febbraio 2011

“Tutta la letteratura del passato sarà completamente distrutta… esisterà solo in neolingua. La neolingua è il linguaggio ripulito da ogni particolarità e da ogni termine non indispensabile al funzionamento di una società come quella instaurata dal partito Socing in Oceania nel 1984”. Incredibile come il romanzo di Orwell continui ad adattarsi a noi. Nell’appendice, Orwell scrive di come sia prerogativa di ogni regime autoritario esprimere un vocabolario semplificato per impoverire il pensiero. E’ il destino del francoprovenzale in Valle d’Aosta. La ricchezza dei diversi idiomi sarà ridotta alla semplice traduzione fonetica: così capiscono tutti. Si tratta in realtà di una involuzione intellettuale che depaupera il lessico proprio come voleva il Grande Fratello. Perché il nostro Loran Vieren vuole divulgare questa strana creatura che a nessuno piacerà, ma che verrà digerita come tutto il resto?

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