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Valle d’Aosta nera

28 Maggio 2014

Il giornalista, Roberto Mancini, ha avviato una collaborazione con il quotidiano on line, Nuovasocietà, Patuasia lo ringrazia per la concessione al blog dei suoi articoli.

Fari accesi sulla Valle d’Aosta “nera”, una regione a torto ritenuta immune da problemi. Da questo numero Nuovasocietà darà periodicamente conto al Piemonte e al resto del Paese della situazione criminale valdostana.
Non parliamo solo di crimini comuni, ma di ‘ndrangheta: acclarata con sentenze ormai passate in giudicato la presenza della cosca Facchineri di Cittanova, della cosca Nirta di san Luca, in attesa di un giudizio di primo grado per imputati contigui alla cosca Pesce di Rosarno, la pretesa Valle di Heidi maschera una situazione da tempo preoccupante.
 In proposito cercheremo di “fare memoria”, richiamando fatti criminali del passato, quasi tutti tuttora insoluti e felicemente rimossi da una coscienza collettiva valdostana troppo impegnata dall’ideologia localista ad autocelebrarsi. 
Alcuni di essi, come le prime due autobombe mai impiegate in Italia ( una della quali, nel 1982, la prima in assoluto contro un magistrato, il pretore Selis!), assolutamente clamorosi. 
Ultima notazione: il sistema istituzionale valdostano, grazie allo Statuto Speciale di autonomia, prevede che le mansioni di prefetto siano svolte dal presidente della Giunta, ossia dal capo dell’Esecutivo. (altro…)

No, lui no!

24 giugno 2013

Che la ‘ndrangheta si sia infiltrata nella politica e nell’economia valdostane comincia a essere a conoscenza dei più. Diverse sono le famiglie calabresi coinvolte non solo i Nirta e i Facchineri ora spunta anche la ‘ndrina dei Pesce. “Ci siamo trovati con un substrato culturale di marca tipicamente mafiosa, in cui ogni presunto comportamento avverso alla famiglia Taccone (gli arrestati nella recente operazione Hybris e legati alla famiglia Pesce della Piana di Rosarno) dai suoi stessi componenti vissuto come un affronto da lavare con il sangue” (Gazzetta matin). Così si è espresso il tenente colonnello, Massimilano Rocco durante la conferenza stampa di presentazione dei risultati conseguiti nell’operazione “Hybris”. Si prosegue con una frase importantissima e carica di responsabilità verso tutti noi e in primis verso le istituzioni: ” … preoccupante è l’omertà riscontrata in tutte le vittime senza distinzione per nessuno. Speriamo che da questa operazione possa partire un vero e proprio scatto in avanti della società civile”. Ecco la società civile, ma soprattutto le amministrazioni regionali e comunali, devono dare esempi di rigore e moralità per contrastare le infiltrazioni mafiose. E invece il Comune che fa? Anche quest’anno dà, sottoforma di contributo per l’energia, 5.000 euro e la concessione temporanea dell’utilizzo di beni logistici in disponibilità del Comune di Aosta e di eventuali altri beni e servizi, ritenuti utili alla migliore riuscita della Festa di san Giorgio e Giacomo. Una festa usata anche per incontri malavitosi (vedi sentenza Tempus venit) e che vede come patron organizzatore quel Giuseppe Tropiano ora indagato nell’inchiesta dei carabinieri sulla costruzione del nuovo parcheggio pluripiano dell’ospedale Parini di Aosta con l’accusa di abuso d’ufficio e turbativa d’asta e già condannato a un anno e 4 mesi per favoreggiamento nell’inchiesta “Tempus venit”. Se gli organizzatori della Festa dei calabresi non hanno avuto il buon senso di chiedergli le dimissioni, il Comune avrebbe dovuto averlo. Avrebbe dovuto fare quello scatto in avanti richiesto e non concedere nessun contributo pubblico. Un segno fermo e inequivocabile di lontanza da qualsiasi afrore criminale fosse anche solo un accenno. Ma il sindaco Bruno Giordano-amico-di-Milanesio-amico-dei-calabresi, come può segnare questa distanza? Come può “non favorire la crescita socio-culturale del proprio tessuto connettivo e la socializzazione degli abitanti della zona?” (tratto dalla delibera n. 617). No, lui non può.

La ‘ndrangheta made VdA (16° parte)

16 giugno 2013

Conclusioni del Tribunale di Aosta.

Deve quindi concludersi che Nirta Giuseppe, per tutti i sopra enunciati motivi, sia persona dotata di elevata pericolosità.

Queste affermazioni appaiono rafforzate nella loro gravità dalla scoperta dell’ingente  attività finanziaria clandestina all’estero di cui si è detto, oltre che dall’esistenza di un cospicuo patrimonio immobiliare facente capo al proposto ed alla sua stretta cerchia famigliare. L’imponente patrimonio mobiliare ed immobiliare non avrebbe potuto assolutamente essere accumulato da una famiglia, quale quella dei Nirta, i cui componenti risultano svolgere modeste attività lavorative dalle quali traggono redditi a dir poco sufficienti a far fronte alle ordinarie spese della vita quotidiana, se non attraverso lo svolgimento dei traffici delittuosi di cui si è detto da parte del proposto ed in particolare del redditizio narcotraffico, anche internazionale. Le stesse difese non hanno fornito la prova, onere che su di esse incombeva, della liceità della provvista necessaria all’acquisto dei cespiti immobiliari e dei beni mobili intestati a questi ed ai suoi famigliari tuttora in sequestro, né della provenienza lecita dei denari depositati sui conti, italiani ed esteri, in sequestro. Deve pertanto applicarsi nei confronti del proposto la misura di prevenzione personale richiesta nella sua massima estensione temporale, tenuto conto della caratura deviante del soggetto, con tutte le conseguenti prescrizioni. Ricorrono, infine, per le ragioni tutte esposte, i presupposti di cui all’art. 24 dlgs. cit, con la conseguenza che va disposta la confisca di tutti i beni in sequestro, fatta ovviamente eccezione per i beni già dissequestrati nel corso del presente procedimento, per i quali valgono le già espresse considerazioni circa la loro non riconducibilità ad attività illecite. Spese del presente procedimento a carico del proposto e delle altre parti private, fra loro in solido, poiché soccombenti. (roberto mancini)

La ‘ndrangheta made VdA (15° parte)

15 giugno 2013

Le argomentazioni della difesa dei Nirta, una festa di nozze per la figlia Katiuscia con 300 invitati costata 20.000 euro.

“Passando alla disamina delle argomentazioni difensive, va premesso che esse appaiono per lo più tese a raffigurare il Nirta come un soggetto esclusivamente dedito al lavoro e con alta propensione al risparmio, i cui frutti, uniti a quelli del risparmio della famiglia, sarebbero poi refluiti sia nella provvista costituita in Svizzera sia nell’acquisito del patrimonio immobiliare. A tal proposito la difesa allega che il lavoro svolto in nero, unitamente all’infedeltà fiscale del proposto e della famiglia, costituirebbero la sola giustificazione di tale divario.
Si è già notato inoltre l’enorme divario tra entrate ed uscite, entrambe di proporzioni gigantesche… Si è già detto come, quanto all’attività in nero, tale allegazione risulterebbe smentita dagli anni di osservazione cui il Nirta è stato sottoposto e da cui emerge una scarsa propensione del proposto allo svolgimento di attività lecite, ancorché non dichiarate al fisco. A ciò vanno aggiunti i periodi di carcerazione sofferti dal proposto, dal giugno 1999 al luglio 2001 e dal 2009 ad oggi, in cui pacificamente egli non ha potuto lavorare. In ogni caso di queste presunte attività lavorative svolte in nero non vi è alcuna prova in atti. Quanto alle fatture prodotte dalla difesa ed emesse dalla ditta individuale del proposto non vi è riscontro della loro autenticità e della loro effettiva annotazione sui libri contabili.”

Va evidenziato che, come attestato dalla sentenza di condanna passata in giudicato per narcotraffico, nel corso di tale anno, il 2007, si intensifica l’impegno del proposto nell’attività di narcotraffico internazionale, mentre il suo reddito da lavoro crolla ad € 8423, alle soglie della fascia di povertà. Nello stesso anno, come già detto, forte è altresì la disponibilità di danaro liquido da parte del Nirta (come comprovano il già riferito furto subito in Spagna di € 60.500 appena tre mesi prima dell’acquisto del bene anzidetto e l’esborso di 20.000 euro circa sopportato poco prima per il banchetto nuziale della figlia Katiuscia NIRTA che ha luogo il 9,9.2006).

Ricorrono, pertanto, fondati sospetti circa l’illecita provenienza del danaro sborsato dal proposto per l’acquisto effettuato dai figli, di talché deve ritenersi che il bene sia stato almeno in parte acquistato con i proventi dei traffici delittuosi svolti dal Nirta. (roberto mancini)

 

 

La ‘ndrangheta made VdA (14° parte)

14 giugno 2013

Le origini del deposito in Svizzera e i collaboratori di Giustizia. Recita il decreto di confisca:

Si può così concludere che, escludendo apporti nel tempo dovuti ad eventuali risparmi della famiglia o ai proventi ricavati dall’attività svolta “in nero” dal proposto …, l’unica ragione della clandestina costituzione da parte del proposto della provvista in Svizzera, dissimulata vuoi mediante il ricorso a prestanome scelti nella cerchia famigliare, vuoi mediante lo schermo della società fiduciaria del Liechtenstein, è quella di sottrarre al controllo delle Autorità Italiane somme di danaro frutto di attività illecite che, ove depositate su conti italiani, sarebbero state di sicuro oggetto di accertamenti circa la loro provenienza.” Non vanno poi taciute le dichiarazioni dei collaboranti Canino e Olivieri riportate nella richiesta di applicazione delle misure cui si fa rinvio, che attestano come il proposto sia persona abitualmente dedita ad attività delinquenziali di tipo organizzato non estranee o comunque contigue ad un contesto di tipo mafioso.”

Ma il sodalizio criminale non è provato! In sede penale Nirta è stato assolto dall’accusa di associazione a delinquere. Torna il tema dell’autonomia di giudizio delle misure preventive rispetto ai pronunciamenti penali.

in tema di misure di prevenzione, il presupposto per l’applicazione della misura patrimoniale non risiede necessariamente nella condanna per alcuno dei reati associativi indicati dalla legge 575 del 1965, essendo sufficiente la mera condizione di indiziato di appartenenza al sodalizio criminale”

Circa l’attendibilità di tali collaboranti, essa è acclarata dalla sentenza 16 gennaio 1995 con cui il Tribunale condanna, tra gli altri, Giuseppe Nirta (n.1965), cugino omonimo del proposto, fondata anche sulle dichiarazioni del Canino, ritenuto attendibile anche dalla sentenza del 10 ottobre 1994 con cui il Gup Tribunale Torino condanna Stefano Piana per il delitto di associazione di tipo mafioso, estorsione ed usura e dalla stessa Corte di Cassazione in un procedimento relativo a Cosa Nostra siciliana ( vedi Cass. pen. sez.I 23 gennaio 2004 n.2438), e quanto all’Oliveri, dalla citata sentenza del Gup Tribunale Torino. (roberto mancini)

La ‘ndrangheta made VdA (13° parte)

13 giugno 2013

Il patrimonio occulto della famiglia Nirta. Così recita il decreto di confisca del Tribunale di Aosta:

In ordine alla scoperta di un ingente patrimonio occulto riferibile al proposto ( Giuseppe Nirta, ndr) , la Procura della Repubblica ha innanzitutto fornito compiuta prova dell’assoluta sproporzione dello stesso rispetto ai redditi leciti prodotti dal Nirta e dal suo nucleo famigliare. I genitori, Nirta Antonio e Teresa Argirò, emigrano negli anni ’50 dalla Calabria per giungere in Valle d’Aosta; il padre svolge per lunghi anni il lavoro di minatore contraendo la silicosi, che lo costringerà in seguito al ritiro dall’attività lavorativa, mentre la madre trova impiego come bracciante agricola, per taluni periodi anche in Svizzera. Lo stesso Nirta Giuseppe pare avere svolto negli anni solo piccoli lavori di imbiancatura, per lo più affidatigli da privati”.
L’immagine pubblica fornita da Giuseppe Nirta non corrisponde a verità. “Quanto poi alla presunta laboriosità del proposto, essa risulta smentita dalle dichiarazioni dei redditi dello stesso, che evidenziano entrate di modestissima entità e, in alcuni anni, anche inesistenti. Dalla documentazione prodotta dalla difesa può escludersi che il Nirta abbia partecipato a gare di appalto pubbliche di una certa rilevanza: la difesa ha infatti prodotto documentazione della Regione Autonoma Valle d’Aosta da cui si evince che in due occasioni (nel 1991 e 1992) la ditta individuale del proposto ottiene in subappalto piccoli lavori di tinteggiatura e che in tre occasioni (nel 2000 e 2002) partecipa a gare di appalto. Risulta poi accertato, dagli accertamenti svolti dalla Procura della Repubblica, che il Nirta effettuasse lavori per lo più in collaborazione con terzi. Le risultanze delle indagini svolte negli anni sul conto del proposto danno un quadro totalmente differente da quello dell’onesto lavoratore e del forte risparmiatore.

E’ un fatto che ogni qual volta, nel corso degli anni, gli organi inquirenti hanno svolto attività di osservazione sul Nirta, egli venga colto all’atto di frequentare pregiudicati e di compiere con essi traffici delittuosi e non nello svolgimento di onesti lavori.”

Conclusione: il deposito bancario in Svizzera della signora Nirta non ha spiegazioni plausibili. Così la sentenza:

“Per queste ragioni non trova alcuna spiegazione plausibile, se non nell‘accumulazione di ingenti proventi da attività illecite, la circostanza che il 25 novembre 1993 la signora Argirò ( mamma di Giuseppe Nirta, ndr) apra la relazione bancaria XX90-0 presso Credit Suisse di Fribourg (CH) in cui viene versata la somma iniziale di 1.234.304 franchi svizzeri.
Nello stesso anno, a nome Mandarino Francesca (moglie di Giuseppe Nirta, ndr), venne aperta altra relazione bancaria, la XX421, presso la UBS di Martigny. (roberto mancini)

L’assoluzione non sempre smacchia

11 giugno 2013

Perché ho voluto pubblicare alcuni stralci della sentenza sulla confisca dei beni dei Nirta? Due sono i motivi: il primo è che mi sembra opportuno invitare la cittadinanza a una maggior attenzione verso le sentenze che sono atti pubblici e quindi consultabili. Una democrazia sava e viva necessita di conoscenza. Secondo è che il concetto di prevenzione del reato che sortisce dalla sentenza, è importantissimo: “La Cassazione ha inoltre precisato che la pronuncia assolutoria e irrevocabile, non comporta l‘automatica esclusione della pericolosità, quando la valutazione di tale requisito sia effettuata dal giudice della prevenzione in base ad elementi distinti, ancorché desumibili dai medesimi fatti storici tenuti in rilievo nella sentenza”. La logica del decreto di confisca dei beni dei Nirta capovolge quindi la “way of life” berluskoniana. Qual’è il infatti il nocciolo del pensiero (e della prassi…) berluskonista? Eliminare dalla società il concetto di controllo e disapprovazione sociale. Vale solo il risultato, (politico, economico, sportivo) comunque ottenuto, magari barando. Vige il machiavellismo deteriore, da bar sport: il fine giustifica i mezzi. In realtà una società è democratica, ordinata ed ugualitaria, solo se afferma e pratica il contrario:
non tutti i  mezzi (ad esempio quelli truffaldini e criminali…) possono essere usati per raggiungere un fine. Se ogni mezzo è valido, i deboli non sono tutelati. Con la scusa della “libertà d’iniziativa”, il berluskonismo mira a cancellare ogni disciplina riguardante la sfera etica del comportamento ed il conseguente giudizio, morale o deontologico. Ogni giudizio di comportamento e di valore viene bandito, annullato dalla sfera penale cui tutto è demandato. Salvo poi, una volta emesso un giudizio di condanna, delegittimare la sfera penale con giudizi politici sui giudici ( la supercazzola sulla “toghe rosse” ecc…). La logica della legge e delle misure di prevenzione che abbiamo visto applicate al caso Nirta è opposta: un’assoluzione penale dal reato di associazione a delinquere non significa che il soggetto sia raccomandabile. La pericolosità sociale non si esprime solo violando il codice penale. Un individuo è pericoloso socialmente sia che stia per compiere atti delittuosi, sia che abbia patrimoni spropositati rispetto alle sue attività riconosciute. I contatti e le frequentazioni con malavitosi sono indizio di vita deviante. A me viene in mente qualcuno bis. (roberto mancini)

La ‘ndrangheta made VdA (12° parte bis)

9 giugno 2013

Il decreto di confisca dei beni della famiglia Nirta.

La sentenza poi cita rapporti dei carabinieri del Ros, autori dell’operazione Gerbera che porterà alla condanna dei Nirta per traffico internazionale di stupefacenti. Eccome uno stralcio: “Nel caso che qui occupa  (di cui parliamo, ndr) le frequentazioni avute dal proposto ( Giuseppe Nirta, ndr)  nel  lungo  periodo di osservazione della  Operazione Gerbera ( fiore tipico della Colombia, che ha dato nome all’operazione dei carabinieri sul traffico Colombia-Italia, ndr)… in ragione del loro numero e dell’appartenenza al mondo criminale  si rivelano fortemente indizianti di vita deviante. A ciò va aggiunto che talune delle persone frequentate dal proposto  Giuseppe Nirta, ndr)  possiedono un’accentuata caratura criminale e che molti degli incontri da lui avuti con soggetti stabilmente inseriti nel circuito illegale hanno avuto luogo in Calabria, Lombardia, Spagna e Colombia (come risulta infatti dal rapporto dei Ros già citato, il Nirta effettuava rispettivamente cinque viaggi nell’arco del biennio 2007-08 nel Paese iberico, e quattordici viaggi dal 1994 al 2009 in quello sudamericano), cioè in località fortemente interessate da fenomeni mafiosi legati soprattutto al narcotraffico anche internazionale.

L’annotazione dei Ros citata sottolinea poi come il proposto (Giuseppe Nirta, ndr) abbia intrattenuto rapporti anche con soggetti estranei alle vicende dell’ Operazione Gerbera.

“Tali circostanze contribuiscono a rafforzare il giudizio di pericolosità anche qualificata di quest’ultimo, poiché confermano che gli ambiti di frequentazione con soggetti aventi biografia fortemente deviante vanno ben al di là delle attività delittuose giudiziariamente accertate, ingenerando il fondato sospetto che molti traffici illeciti compiuti dal proposto (per le misure di prevenzione, ndr) siano purtroppo rimasti ignoti agli investigatori. Seguono i nomi di una serie di persone coinvolte nel narcotraffico e frequentate dai Nirta:
Carlos Raysh Utria, Pietro Tirasso, Freddy Alexander Villegas Estrada, Giuseppe Mammoliti, Ferdinando Mediati, Vincenzo Caminiti, Rosario Strati, Domenico Sergi, Rocco Mammoliti, Sebastiano Pelle.
Prosegue il rapporto dei Ros: “Sebastiano Pelle risulta affiliato alla cosca Nirta -La Maggiore, destinatario di mandato di cattura Schengen per associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti e già condannato alla pena della reclusione di anni 20 per sequestro di persona a scopo di estorsione, detenzione illegale di armi e munizioni (fatti del 1983, sent. irrev.del 1988). Conclusione del Ros:
“Proprio i rapporti con Sebastiano PELLE costituiscono elemento indiziario di assoluto rilievo ai fini della valutazione di pericolosità del proposto (Giuseppe Nirta, ndr).”. (roberto mancini)

La ‘ndrangheta made VdA (12 parte)

7 giugno 2013

 Il decreto di confisca dei beni della famiglia Nirta.

Che cos’è  la pericolosità sociale, si chiede la Corte? Ecco la risposta del Tribunale di Aosta:

“Secondo il condivisibile orientamento della giurisprudenza di legittimità….. il presupposto della pericolosità sociale necessario ai fini dell’applicazione delle misure di prevenzione può distinguersi in pericolosità soggettiva, ascrivibile al compimento (o al pericolo di compimento) di attività penalmente illecite, ed in pericolosità oggettiva, da intendersi quale “inequivocabile sintomo della prima, riconducibile a incrementi patrimoniali sproporzionati rispetto al reddito accertato o in ogni caso alle attività economiche lecite”.

Quesito:
Ma se i Nirta sono stati assolti dall’accusa di associazione per delinquere, come possono essere socialmente pericolosi? Vengono citati alcuni passi della sentenza  di prima istanza del Gup presso il tribunale di Torino, secondo cui: “gli elementi di fatto da cui si trae la sussistenza dell’associazione a delinquere tra Nirta Domenico,  Nirta  Giuseppe  e  Di Donato  Franco  si traggono, principalmente, dalla complessa mole delle telefonate intercettate, in parte riscontrate nel sequestro di stupefacente (contestuale all’arresto) operato nei confronti di Raffa  Domenico ( il corriere arrestato con la droga, ndr) nonché dalle, seppure parziali, ammissioni di responsabilità di Nirta Domenico e Nirta Giuseppe.  Alla luce di tali risultanze, infatti, è certa la costante dedizione, sebbene non esclusiva, all’attività di acquisto di sostanze stupefacenti, attraverso trattative piuttosto complesse, svoltesi tutte con fornitori esteri, attività accompagnata dalla contestuale e costante cura dei rapporti con gli acquirenti, i quali avrebbero, poi, provveduto alla successiva immissione dello stupefacente sul mercato al minuto, nonché dall’attività di ricerca del corriere. Ne deriva che gli elementi, inequivocabili, dai quali potere evincere la sussistenza di un accordo associativo tra i soggetti sopra menzionati possano essere indicati nei seguenti: frequenza dei contatti tra gli associati; organizzazione di numerosi viaggi per il rifornimento della droga; cura dei rapporti con gli acquirenti; organizzazione dell’attività dei corrieri; messa a disposizione di strumenti operativi (automobili e telefoni); messa a disposizione del denaro necessario per finanziare le operazioni; divisione dei compiti fra gli associati; commissione di reati rientranti nel programma criminoso.”
Tali prove non sono state ritenute sufficienti per dimostrare il reato di associazione a delinquere (da cui i Nirta sono stati assolti, ndr), ma il giudizio di prevenzione  va oltre questa considerazione: ” Tali elementi di fatto, pur non ritenuti idonei dai Giudici d’appello e di legittimità penali a provare, al di là del ragionevole dubbio, la responsabilità del proposto ( Giuseppe Nirta, ndr)………, vanno tuttavia ritenuti idonei, in uno con gli altri elementi emersi nel corso del procedimento e di cui di dirà, a fondare il giudizio di pericolosità, generica e specifica, che qui rileva. E ancora: “In questo senso va letto l’orientamento della giurisprudenza  di legittimità, secondo cui le frequentazioni non rivestono affatto significato indifferente nel giudizio di prevenzione in quanto “documentano al contrario indizi di perdurante pericolosità sotto forma di affiliazione o contiguità all’associazione criminale o, in genere, di relazioni criminali perché finalizzate alla realizzazione di condotte illecite”.

A me viene in mente qualcuno. (roberto mancini)

In odore di santità

27 gennaio 2013

Due notizie: la prima, la patetica ri-francesizzazione dei quartieri Dora e Cogne da parte della giunta du maire Brun Jourdain.
Non è solo ridicola , ma tragica. Perchè? La seconda notizia, emersa dal certosino lavoro di Albert Bertin della commissione regionale  Antimafia, è la seguente: la famiglia Nirta, condannata anche in Appello per traffico trans-nazionale  di droga con la Colombia, da tempo si è fatta interprete, presso il parroco del quartiere Dora, della richiesta di una festa dedicata alla madonna di Polsi. Dicono offrendo pure una statua.
Non si tratta di fedeli qualunque: il ramo valdostano è imparentato con la cosca dei Nirta-Strangio di San Luca, protagonisti, fin dal 1991, di una sanguinosa faida contro i Pelle-Vottari. Dopo una breve sosta la faida riprende nel 2006 con l’uccisione di Maria Strangio, moglie di Giovanni Nirta, e con la strage di Duisburg il 5 agosto 2007 ( 6 morti). Anche gli allievi carabinieri di Moncalieri sanno quanto affermato dal volume “Atlante della mafie”, Rubbettino editore, a pag 217: “gli ndranghetisti……da più di un secolo eleggono durante la festa di Polsi (a settembre) il loro capo annuale. In più di un secolo la Chiesa non si è mai accorta di quanto avveniva”? Speriamo che la Chiesa valdostana sia  meno miope (e complice…) di quella calabrese. La morale della storia? La patetica “kulture” identitaria dell’Union ha abbassato le difese civiche della Valle verso la penetrazione ‘ndranghetista e malavitosa. Si limita a a negare il fenomeno non avendo gli strumenti culturali per individuarlo.
Né forse l’interesse elettorale di farlo… Come quei coglioni di leghisti lombardi: mentre loro si pascevano di dialetto, cassouela e corna celtiche, la ‘ndrangheta si è insediata in tutto l’hinterland milanese (Buccinasco docet), sotto il loro naso.
E le istituzioni valdostane? Fanno filologia romanza con le targhe dei quartieri e corsi di dialetto montagnardo. Sulla religiosità mafiosa consiglierei un libro: Isaia Sales, i preti ed i mafiosi, Baldini & Castoldi. Più utile dell’occitano. (roberto mancini)