Posted tagged ‘Confisca dei beni’

La ‘ndrangheta made VdA (16° parte)

16 giugno 2013

Conclusioni del Tribunale di Aosta.

Deve quindi concludersi che Nirta Giuseppe, per tutti i sopra enunciati motivi, sia persona dotata di elevata pericolosità.

Queste affermazioni appaiono rafforzate nella loro gravità dalla scoperta dell’ingente  attività finanziaria clandestina all’estero di cui si è detto, oltre che dall’esistenza di un cospicuo patrimonio immobiliare facente capo al proposto ed alla sua stretta cerchia famigliare. L’imponente patrimonio mobiliare ed immobiliare non avrebbe potuto assolutamente essere accumulato da una famiglia, quale quella dei Nirta, i cui componenti risultano svolgere modeste attività lavorative dalle quali traggono redditi a dir poco sufficienti a far fronte alle ordinarie spese della vita quotidiana, se non attraverso lo svolgimento dei traffici delittuosi di cui si è detto da parte del proposto ed in particolare del redditizio narcotraffico, anche internazionale. Le stesse difese non hanno fornito la prova, onere che su di esse incombeva, della liceità della provvista necessaria all’acquisto dei cespiti immobiliari e dei beni mobili intestati a questi ed ai suoi famigliari tuttora in sequestro, né della provenienza lecita dei denari depositati sui conti, italiani ed esteri, in sequestro. Deve pertanto applicarsi nei confronti del proposto la misura di prevenzione personale richiesta nella sua massima estensione temporale, tenuto conto della caratura deviante del soggetto, con tutte le conseguenti prescrizioni. Ricorrono, infine, per le ragioni tutte esposte, i presupposti di cui all’art. 24 dlgs. cit, con la conseguenza che va disposta la confisca di tutti i beni in sequestro, fatta ovviamente eccezione per i beni già dissequestrati nel corso del presente procedimento, per i quali valgono le già espresse considerazioni circa la loro non riconducibilità ad attività illecite. Spese del presente procedimento a carico del proposto e delle altre parti private, fra loro in solido, poiché soccombenti. (roberto mancini)

La ‘ndrangheta made VdA (15° parte)

15 giugno 2013

Le argomentazioni della difesa dei Nirta, una festa di nozze per la figlia Katiuscia con 300 invitati costata 20.000 euro.

“Passando alla disamina delle argomentazioni difensive, va premesso che esse appaiono per lo più tese a raffigurare il Nirta come un soggetto esclusivamente dedito al lavoro e con alta propensione al risparmio, i cui frutti, uniti a quelli del risparmio della famiglia, sarebbero poi refluiti sia nella provvista costituita in Svizzera sia nell’acquisito del patrimonio immobiliare. A tal proposito la difesa allega che il lavoro svolto in nero, unitamente all’infedeltà fiscale del proposto e della famiglia, costituirebbero la sola giustificazione di tale divario.
Si è già notato inoltre l’enorme divario tra entrate ed uscite, entrambe di proporzioni gigantesche… Si è già detto come, quanto all’attività in nero, tale allegazione risulterebbe smentita dagli anni di osservazione cui il Nirta è stato sottoposto e da cui emerge una scarsa propensione del proposto allo svolgimento di attività lecite, ancorché non dichiarate al fisco. A ciò vanno aggiunti i periodi di carcerazione sofferti dal proposto, dal giugno 1999 al luglio 2001 e dal 2009 ad oggi, in cui pacificamente egli non ha potuto lavorare. In ogni caso di queste presunte attività lavorative svolte in nero non vi è alcuna prova in atti. Quanto alle fatture prodotte dalla difesa ed emesse dalla ditta individuale del proposto non vi è riscontro della loro autenticità e della loro effettiva annotazione sui libri contabili.”

Va evidenziato che, come attestato dalla sentenza di condanna passata in giudicato per narcotraffico, nel corso di tale anno, il 2007, si intensifica l’impegno del proposto nell’attività di narcotraffico internazionale, mentre il suo reddito da lavoro crolla ad € 8423, alle soglie della fascia di povertà. Nello stesso anno, come già detto, forte è altresì la disponibilità di danaro liquido da parte del Nirta (come comprovano il già riferito furto subito in Spagna di € 60.500 appena tre mesi prima dell’acquisto del bene anzidetto e l’esborso di 20.000 euro circa sopportato poco prima per il banchetto nuziale della figlia Katiuscia NIRTA che ha luogo il 9,9.2006).

Ricorrono, pertanto, fondati sospetti circa l’illecita provenienza del danaro sborsato dal proposto per l’acquisto effettuato dai figli, di talché deve ritenersi che il bene sia stato almeno in parte acquistato con i proventi dei traffici delittuosi svolti dal Nirta. (roberto mancini)

 

 

La ‘ndrangheta made VdA (14° parte)

14 giugno 2013

Le origini del deposito in Svizzera e i collaboratori di Giustizia. Recita il decreto di confisca:

Si può così concludere che, escludendo apporti nel tempo dovuti ad eventuali risparmi della famiglia o ai proventi ricavati dall’attività svolta “in nero” dal proposto …, l’unica ragione della clandestina costituzione da parte del proposto della provvista in Svizzera, dissimulata vuoi mediante il ricorso a prestanome scelti nella cerchia famigliare, vuoi mediante lo schermo della società fiduciaria del Liechtenstein, è quella di sottrarre al controllo delle Autorità Italiane somme di danaro frutto di attività illecite che, ove depositate su conti italiani, sarebbero state di sicuro oggetto di accertamenti circa la loro provenienza.” Non vanno poi taciute le dichiarazioni dei collaboranti Canino e Olivieri riportate nella richiesta di applicazione delle misure cui si fa rinvio, che attestano come il proposto sia persona abitualmente dedita ad attività delinquenziali di tipo organizzato non estranee o comunque contigue ad un contesto di tipo mafioso.”

Ma il sodalizio criminale non è provato! In sede penale Nirta è stato assolto dall’accusa di associazione a delinquere. Torna il tema dell’autonomia di giudizio delle misure preventive rispetto ai pronunciamenti penali.

in tema di misure di prevenzione, il presupposto per l’applicazione della misura patrimoniale non risiede necessariamente nella condanna per alcuno dei reati associativi indicati dalla legge 575 del 1965, essendo sufficiente la mera condizione di indiziato di appartenenza al sodalizio criminale”

Circa l’attendibilità di tali collaboranti, essa è acclarata dalla sentenza 16 gennaio 1995 con cui il Tribunale condanna, tra gli altri, Giuseppe Nirta (n.1965), cugino omonimo del proposto, fondata anche sulle dichiarazioni del Canino, ritenuto attendibile anche dalla sentenza del 10 ottobre 1994 con cui il Gup Tribunale Torino condanna Stefano Piana per il delitto di associazione di tipo mafioso, estorsione ed usura e dalla stessa Corte di Cassazione in un procedimento relativo a Cosa Nostra siciliana ( vedi Cass. pen. sez.I 23 gennaio 2004 n.2438), e quanto all’Oliveri, dalla citata sentenza del Gup Tribunale Torino. (roberto mancini)

La ‘ndrangheta made VdA (13° parte)

13 giugno 2013

Il patrimonio occulto della famiglia Nirta. Così recita il decreto di confisca del Tribunale di Aosta:

In ordine alla scoperta di un ingente patrimonio occulto riferibile al proposto ( Giuseppe Nirta, ndr) , la Procura della Repubblica ha innanzitutto fornito compiuta prova dell’assoluta sproporzione dello stesso rispetto ai redditi leciti prodotti dal Nirta e dal suo nucleo famigliare. I genitori, Nirta Antonio e Teresa Argirò, emigrano negli anni ’50 dalla Calabria per giungere in Valle d’Aosta; il padre svolge per lunghi anni il lavoro di minatore contraendo la silicosi, che lo costringerà in seguito al ritiro dall’attività lavorativa, mentre la madre trova impiego come bracciante agricola, per taluni periodi anche in Svizzera. Lo stesso Nirta Giuseppe pare avere svolto negli anni solo piccoli lavori di imbiancatura, per lo più affidatigli da privati”.
L’immagine pubblica fornita da Giuseppe Nirta non corrisponde a verità. “Quanto poi alla presunta laboriosità del proposto, essa risulta smentita dalle dichiarazioni dei redditi dello stesso, che evidenziano entrate di modestissima entità e, in alcuni anni, anche inesistenti. Dalla documentazione prodotta dalla difesa può escludersi che il Nirta abbia partecipato a gare di appalto pubbliche di una certa rilevanza: la difesa ha infatti prodotto documentazione della Regione Autonoma Valle d’Aosta da cui si evince che in due occasioni (nel 1991 e 1992) la ditta individuale del proposto ottiene in subappalto piccoli lavori di tinteggiatura e che in tre occasioni (nel 2000 e 2002) partecipa a gare di appalto. Risulta poi accertato, dagli accertamenti svolti dalla Procura della Repubblica, che il Nirta effettuasse lavori per lo più in collaborazione con terzi. Le risultanze delle indagini svolte negli anni sul conto del proposto danno un quadro totalmente differente da quello dell’onesto lavoratore e del forte risparmiatore.

E’ un fatto che ogni qual volta, nel corso degli anni, gli organi inquirenti hanno svolto attività di osservazione sul Nirta, egli venga colto all’atto di frequentare pregiudicati e di compiere con essi traffici delittuosi e non nello svolgimento di onesti lavori.”

Conclusione: il deposito bancario in Svizzera della signora Nirta non ha spiegazioni plausibili. Così la sentenza:

“Per queste ragioni non trova alcuna spiegazione plausibile, se non nell‘accumulazione di ingenti proventi da attività illecite, la circostanza che il 25 novembre 1993 la signora Argirò ( mamma di Giuseppe Nirta, ndr) apra la relazione bancaria XX90-0 presso Credit Suisse di Fribourg (CH) in cui viene versata la somma iniziale di 1.234.304 franchi svizzeri.
Nello stesso anno, a nome Mandarino Francesca (moglie di Giuseppe Nirta, ndr), venne aperta altra relazione bancaria, la XX421, presso la UBS di Martigny. (roberto mancini)

L’assoluzione non sempre smacchia

11 giugno 2013

Perché ho voluto pubblicare alcuni stralci della sentenza sulla confisca dei beni dei Nirta? Due sono i motivi: il primo è che mi sembra opportuno invitare la cittadinanza a una maggior attenzione verso le sentenze che sono atti pubblici e quindi consultabili. Una democrazia sava e viva necessita di conoscenza. Secondo è che il concetto di prevenzione del reato che sortisce dalla sentenza, è importantissimo: “La Cassazione ha inoltre precisato che la pronuncia assolutoria e irrevocabile, non comporta l‘automatica esclusione della pericolosità, quando la valutazione di tale requisito sia effettuata dal giudice della prevenzione in base ad elementi distinti, ancorché desumibili dai medesimi fatti storici tenuti in rilievo nella sentenza”. La logica del decreto di confisca dei beni dei Nirta capovolge quindi la “way of life” berluskoniana. Qual’è il infatti il nocciolo del pensiero (e della prassi…) berluskonista? Eliminare dalla società il concetto di controllo e disapprovazione sociale. Vale solo il risultato, (politico, economico, sportivo) comunque ottenuto, magari barando. Vige il machiavellismo deteriore, da bar sport: il fine giustifica i mezzi. In realtà una società è democratica, ordinata ed ugualitaria, solo se afferma e pratica il contrario:
non tutti i  mezzi (ad esempio quelli truffaldini e criminali…) possono essere usati per raggiungere un fine. Se ogni mezzo è valido, i deboli non sono tutelati. Con la scusa della “libertà d’iniziativa”, il berluskonismo mira a cancellare ogni disciplina riguardante la sfera etica del comportamento ed il conseguente giudizio, morale o deontologico. Ogni giudizio di comportamento e di valore viene bandito, annullato dalla sfera penale cui tutto è demandato. Salvo poi, una volta emesso un giudizio di condanna, delegittimare la sfera penale con giudizi politici sui giudici ( la supercazzola sulla “toghe rosse” ecc…). La logica della legge e delle misure di prevenzione che abbiamo visto applicate al caso Nirta è opposta: un’assoluzione penale dal reato di associazione a delinquere non significa che il soggetto sia raccomandabile. La pericolosità sociale non si esprime solo violando il codice penale. Un individuo è pericoloso socialmente sia che stia per compiere atti delittuosi, sia che abbia patrimoni spropositati rispetto alle sue attività riconosciute. I contatti e le frequentazioni con malavitosi sono indizio di vita deviante. A me viene in mente qualcuno bis. (roberto mancini)

‘ndrangheta made in VdA (11° parte)

6 giugno 2013

Il Decreto di confisca dei beni della famiglia Nirta.

Sotto l’aspetto penale, quando si è ormai oltrepassato il secondo grado di giudizio, la situazione dei Nirta è la seguente:
Giuseppe  Nirta, residente a Quart, è in carcere a Bologna per traffico internazionale di stupefacenti (cocaina proveniente dalla Colombia e dal Venezuela). In prima istanza  è stato condannato a 15 anni e 4 mesi, pena ridotta in Appello a 7 anni ed 8 mesi.
Nel procedimento erano coinvolti anche il fratello Domenico ed i nipoti Franco (allenatore delle giovanili di calcio del St. Christophe) e Roberto Di Donato. Per costoro, stessa pena: 15 anni e 4 mesi in prima istanza, 7 anni ed 8 mesi in Appello. Tutti gli imputati erano stati assolti dall’accusa di associazione per delinquere. Ma la sentenza penale non esaurisce l’attenzione della legge, che ora si è occupata della situazione patrimoniale  della famiglia. I Nirta hanno sempre sostenuto  che i loro  beni sono frutto di una vita di lavoro e non di traffici illeciti, ma il Tribunale di Aosta, in un primo decreto di sequestro, parlò già di  “ un’accertata sproporzione fra redditi dichiarati ed immobili posseduti”.
Ora si è giunti ad uno dei primi casi in Vda di confisca dei beni: il Tribunale di Aosta (pres. Massimo Scuffi, giudice a latere Paolo De Paola, giudice relatore Paolo Paladino), ha decretato la confisca di beni che riguarda 16 immobili e 933.000 euro, depositati in una banca di Martigny.
Sentenza importantissima, una pietra miliare nella storia valdostana della lotta alle mafie, insieme alla recente Tempus Venit, che si è occupata della famiglia Facchineri di Taurianova. In termini giuridici si tratta di una misura di prevenzione  patrimoniale ma anche personale , in quanto il decreto  riguarda anche gli obblighi che Giuseppe Nirta dovrà osservare una volta scontata la condanna penale. Non potrà risiedere in Vda, dovrà avere contatti solo con i suoi familiari, non potrà uscire di notte, tre volte alla settimana avrà l’obbligo di firma in una caserma dei carabinieri. La lettura del decreto è però illuminante. Mi permetto di proporne qualche stralcio con alcuni commenti. Partiamo da un interrogativo: la pericolosità sociale di un individuo è testimoniata solo dal suo curriculum penale? Solo una condanna penale certifica la pericolosità sociale di un individuo? Dunque è legittima la posizione di Ponzio Pilato, della società  e della politica, che ha eliminato la disapprovazione sociale e sostiene di intervenire ( spesso mentendo…) solo in presenza di condanne penali?

Recita la sentenza:
…..”
il giudice della prevenzione è chiamato a valutare in piena autonomia, rispetto alle valutazioni svolte in sede penale, tutti gli elementi di conoscenza a sua disposizione….

…alla stregua dell’autonomia del procedimento di prevenzione rispetto a quello penale, il giudice della prevenzione può utilizzare circostanze di fatto emergenti da procedimenti penali, prescindendo dalle conclusioni alle quali il giudice penale è pervenuto, sempre che, a tali fini e in ordine a tali elementi, il giudice della prevenzione abbia effettuato un puntuale esame critico

La Cassazione ha inoltre precisato che la pronuncia assolutoria e irrevocabile, non comporta l‘automatica esclusione della pericolosità, quando la valutazione di tale requisito sia effettuata dal giudice della prevenzione in base ad elementi distinti, ancorché desumibili dai medesimi fatti storici tenuti in rilievo nella sentenza”.

Concetto più oltre ribadito:

“ Vi è piena autonomia per struttura e finalità dei due procedimenti, quello penale per l’accertamento della responsabilità in ordine ad una fattispecie di reato, e quello di prevenzione, ancorato ad una valutazione di pericolosità, espressa mediante condotte che non necessariamente costituiscono reato”.

Questo concetto di pericolosità espressa mediante condotta e non solo mediante un reato, ci dovrebbe fare molto riflettere sui nostri politici. Continua… (roberto mancini)