Posted tagged ‘Artigianato valdostano’

Fiori nuovi

10 agosto 2011

I fiori di Mario D'Amico - Archivio Patuasia

Interessante il tentativo di Mario D’Amico di creare una nuova tipologia di fiori di legno. Diversamente dai fiori tradizionali dai petali sottili, D’Amico propone creazioni piene e concise. Le forme sono sintetiche, minimali; i mazzi che si vengono a creare occupano lo spazio con leggerezza, sono legni elementari che riassumono con efficacia le forme naturali dei fiori di montagna.

Bravo bravo!

8 agosto 2011

Opera di Bobo Pernettaz - Archivio Patuasia

Scommessa difficile quella di cercare un linguaggio contemporaneo nell’ambito della tradizione, senza scivolare nella soluzione banale del liscio e delle teste a fiammifero. Credo che Bobo Pernettaz questa scommessa l’abbia vinta. Forse è l’unico. Belli il nudo e il ritratto presentati in questa Fiera. Frammenti di legni esausti creano figure armoniche dai colori slavati. Tracce di carte, smalti, tarli, chiodi… testimoniano il vissuto della materia. Composizioni sobrie, disegno sicuro creano opere di grande piacevolezza che lasciano intuire sviluppi interessanti. Le dimensioni dei manufatti attualmente sono ridotte, si spera nel coraggio di espanderle per dare vita a opere complesse di forte intensità: i materiali usati, così sofferti, sono perfetti.

Brava brava!

8 agosto 2011

L'attesa interpretata da Irene Tarticchio - Archivio Patuasia

Brava Irene Tarticchio che con coraggio e molto talento affronta la sfida difficile di farsi strada con l’artigianato. Non è un periodo facile questo per intraprendere un’attività artistica: la crisi impone delle scelte che facilmente lasciano ai margini tutto ciò che non è strettamente necessario. Ma la passione, in genere, si rafforza proprio quando gli impedimenti e le difficoltà sono maggiori. Irene ha talento da vendere. Sono certa che individuati i soggetti e uno stile più costanti contribuirà a mantenere alta la qualità dell’artigianato valdostano.

Tradizione in resina

26 luglio 2011

L’opera dello scultore Massimo Clos, posta davanti all’Hotel des Etats ad Aosta, viene definita dalla Stampa come opera ultramoderna. Intervengo perché l’aggettivo usato può trarre in inganno su ciò che viene definito moderno. Preciso che il termine moderno in arte termina negli anni ’50 poi si usano contemporaneo e  post-moderno (architettura e design). La scultura di Clos è al contrario tradizionalissima sia nel soggetto sia nella forma, la contemporaneità è solo nel materiale usato: polistirene espanso e resina, ma questo non tradisce la natura vera dell’opera che si rifà a una consuetudine lontana. Non c’è nessun intento polemico nè voglia di esibizione da parte mia, mi sembra giusto contribuire a dare le indicazioni corrette per la lettura di un’opera.

Che ci fa Penelope?

22 luglio 2011

Qual’è il senso di un premio? Premiare chi è più bravo. E chi è più bravo? Nell’ultima Mostra Concorso il Primo Premio è stato attribuito a Giangiuseppe Barmasse che ha interpretato il tema dell’attesa con una scena di caccia. Barmasse,  insuperabile in bravura per quanto concerne la rappresentazione di bovine, pecca spesso nella raffigurazione degli esseri umani di cui non conosce bene l’anatomia. Il cacciatore sdraiato e nascosto dietro alle rocce è un gigante dalla testa piccolissima. Sembra che lo scalpello non abbia voluto fermarsi là dove era necessario, troppo preso dall’orgasmo della creazione. Vistoso errore alfabetico per chi cerca di stupire avvicinandosi in più possibile al reale. Il secondo premio lo ha vinto Stefano Massetto, giovane scultore che ha dato una ventata di freschezza all’artigianato di tradizione, seppur non tradendone le peculiarità. La sua attesa è quella dell’acquisto dei biglietti dello Charaban. Una rappresentazione grottesca, comica che coglie i personaggi in diverse posture. C’è chi dorme, chi danza, chi canta… uno Charaban spontaneo di figure goffe ed esilaranti. Il terzo premio la giuria lo ha dato a Stefano Arnodo, la sua è un’interpretazione classica del tema e presenta il volto di Penelope appoggiato sulla mano che regge il fuso (testa troppo grande?). Le forme sono levigate, il viso è piacevole e armonico (braccio troppo corto?),  ma cosa c’entra Penelope con la Valle d’Aosta? A qualcuno questa domanda potrebbe sembrare ottusa, ma non è così e lo spiego. Sappiamo tutti che viviamo in una società che si fonda sulle regole del mercato, nulla sfugge a questo imperio neppure i sentimenti, dunque se si è piccolissimi come siamo noi e si vuole sopravvivere occorre saper vendere ciò che gli altri non hanno, in questo caso una tradizione del legno che ci contraddistingue non solo per il materiale usato, ma per come viene usato. In questo come ci sta non solo il segno dello scalpello, ma anche il soggetto. Insomma, se vogliamo essere esclusivi dobbiamo essere dei conservatori. (Questo discorso fa il paio con la critica  alla scelta delle brasiliane per la Sagra dello Jambon de Bosses). Vendere il prodotto Valle d’Aosta è cosa delicata e non ammette inquinamenti di sorta, se no il prodotto si imbastardisce e perde in genuinità. Questa “chiusura” non significa sbarrare le porte al mondo, al contrario significa aprire un confronto netto e di pari dignità. Nulla vieta, infatti, di invitare gli artigiani del Ghana per una esposizione delle loro divertentissime e colorate sepolture. Per concludere: il senso di un premio è quello di conservare un patrimonio stilistico unico che, pur nella sua evoluzione, sappia confermare le specificità di un territorio.

1° Premio Patuasia-Artisanat

5 febbraio 2011

L'apicoltore di Guido Diemoz

Il primo Premio Patuasia-Artisanat viene conferito all’opera “L’apicoltore” dello scultore Guido Diemoz. Nella sua volontà di documentare il passato contadino attraverso la scultura su legno, ecco un’opera che ritrae in modo davvero ammirevole, il lavoro dell’apicoltore: un lavoro che esiste ancor oggi, ma che non è mai stato mostrato a tuttotondo. Diemoz esprime quella scultura onesta e ormai rara, priva di fronzoli e di retorica. La sua ricerca è sincera perché raffigura un ricordo ancora netto di un mondo che va scomparendo. Il segno è naturalistico, ma senza eccessi. L’apicoltore solleva una teca dell’arnia coprendosi il viso con una fitta retina per proteggersi dalle api. Il suo corpo, così compatto, comunica prudenza e rispetto. Davanti a sé una fila di arnie sghembe. Un albero nudo fa da contrappeso alla sua figura. Le linee orizzontali armonizzano con quelle verticali e la teca obliqua, posta sull’arnia a destra, così come quella che ha in mano il contadino, creano il giusto equilibrio con i rami ancor privi di foglie. Una composizione perfetta. (Chissà se i luminari del MAV, se ne sono accorti).

2° Premio Patuasia-Artisanat

5 febbraio 2011

La Deposizione vista da François Cerise

Il secondo premio Patuasia-Artisanat va alla Deposizione di François Cerise. Grande scultore valdostano (meriterebbe un riconoscimento ufficiale migliore di quello che gli viene tributato), Cerise rappresenta l’aspetto più espressionista della scultura lignea valdostana. Le sue opere sofferte, segnate, martirizzate, nulla hanno a che vedere con la ricerca di realtà, tipica invece della scultura del Trentino e che da noi ha fatto numerosi proseliti. E’ il “sentire” e non il “riprodurre” che caratterizza il lavoro del Maestro. Sentire il legno. Sentire la sofferenza. La fatica. La speranza. La paura. E poi lasciare che lo scalpello graffi rabbiosamente il legno per portare alla luce una verità sconosciuta. In questa Deposizione non è il Cristo morto il soggetto primario, non lo è neppure il dolore che lo circonda, ma sono i due ladroni. Uomini comuni e peccatori che si librano sul Dio come fossero angeli. Finalmente liberati dallo strazio di una vita di soli patimenti.

L’immobile valdostano

9 novembre 2009

mobile copiaQuali sono le caratteristiche dell’attuale mobile “di tradizione” valdostano? L’esatto contrario di quello Ikea! Il mobile tradizionale di chez nous si contraddistingue soprattutto per il peso: se non supera la tonnellata non è valdostano. Altra caratteristica è la polifunzionalità: un letto non può fungere solo da letto, deve anche essere una cassettiera, la libreria anche una credenza, il comodino anche un tavolino, la sedia anche un appendiabiti e via dicendo. La creatività dei nostri mobilieri si ispira a un concetto di economia dello spazio totalmente schizofrenico. Il letto ingloba i cassetti? Va bene, ma perché deve per forza avere lo spessore di un carro armato? Che razza di camera potrà mai ospitare un dinosauro simile? Adesso i bestioni in noce saranno studiati dal Politecnico di Torino con lo scopo di individuare una nuova linea stilistica certificata da un marchio di qualità (non bastano le mani per creare ci vuole testa). Speriamo che sia la qualità a prevalere, perché finora la quantità (del legno) non ha dato risultati degni di nota.

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