Paghi uno e prendi due


La lettera di ringraziamento, scritta da uno della 3bite, è sintomatica non solo per gli strafalcioni, ma per i suoi contenuti che fanno il paio con la volgare deformazione della lingua italiana. Uno che si esprime così, e immaginiamo che i suoi soci non siano migliori, gestisce e ha gestito un sacco di soldi in nome della cultura. Paradossale vero? Eppure è la norma. Le centinaia di milioni di lire prima e di euro dopo spese durante gli anni delle vacche grasse non hanno creato una comunità dalla forte identità culturale. (Non intendo un’identità etnica sia chiaro, ma culturale che ha ben altro respiro.). Perché? La risposta è semplice. Perché gli investimenti non sono stati fatti per creare cultura/emancipazione/creatività/autonomia e relativa qualità della vita che non può prescindere dalla qualità del pensiero, ma per creare e rafforzare il consenso. Un consenso che si è assodato non sulla base dei buoni risultati ottenuti per il buon vivere di tutti, ma sull’elargizione di favori personali.

Nel piccolo questa interpretazione malavitosa della democrazia è molto più radicata in quanto i rapporti sono di prossimità. Difficile non aiutare un parente o un amico o un amico del parente o un parente di un amico… una catena che si crea quasi spontanea e che promuove l’ignoranza/inadeguatezza del politico di turno. Non si premia la capacità della persona, ma la disponibilità. Non è il progetto politico che interessa, ma il favore ricevuto e la protezione. Un interagire che somiglia molto a quello che guida i rapporti mafiosi, solo che qui i politici hanno preso il posto dei padrini. Paghi uno e prendi due. Politico e protettore. Essere amico di un assessore o di un presidente è sentirsi a posto. Non neghiamo che questo cancro nasce dalle viscere della nostra autonomia. Più le competenze diventano locali e più la proprietà/controllo su di esse si fa salda. Così come il bisogno di una copertura politico/mafiosa. Benessere senza sviluppo diceva Giuseppe De Rita. Oggi, lamenta Monica Pirovano presidente di Confindustria VdA, la Valle d’Aosta è carente di giovani imprenditori. Nel dualismo clientelare non c’è spazio per la progettualità. Siamo una comunità educata alla richiesta di contributi. Riproponiamo in loco il modello che vede i nostri rappresentanti questuare a Roma. La progettualità produce autonomia e quindi cultura, la richiesta servilismo che, al contrario, la cultura la uccide. E’ di servilismo che si è nutrita la nostra classe politica. E noi l’abbiamo pasciuta a dovere fino a oggi.

 

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10 commenti su “Paghi uno e prendi due”

  1. pierre_1 Says:

    e chi deve controllare, non controlla? non vorrei che si arrivare anche quì dopo 13 anni 🙂

  2. giancarlo borluzzi Says:

    “Più le competenze diventano locali e più la proprietà/controllo su di esse si fa saldo” (Patuasia) : 30, lode e abbraccio accademico a Patuasia.

  3. roberto mancini Says:

    Pezzo splendido, complimenti!

    “Non neghiamo che questo cancro nasce dalle viscere della nostra autonomia.
    Più le competenze diventano locali e più la proprietà/controllo su di esse si fa salda”.

  4. massimo Says:

    bellissimo post!

  5. Il Pretoriano Says:

    Come si suol dire ” Siamo quel che mangiamo..!”

  6. E.T. Says:

    I giovani non c’entrano. Questi sono i frutti di decenni di ottusità, localismo, autoreferenzialità, opportunismi e degrado intellettuale. Questa è la Valle d’Aosta del 2014. Per nulla diversa da qualsiasi provincia degradata del sud Italia più profondo. La quale, quanto meno, mantiene quel residuo di onestà intellettuale evitando di spacciare (e finanziare) come evento culturale la prima rassegna per neomelodici allestita nella piazzetta di turno, di quelle col campanile diroccato, le anziane sulle sedie di plastica bianca e la televisione del bar sport sempre accesa sulle partite del mondiale.
    Questa è la cultura che istituzioni e operatori valdostani sono in grado di offrire. In alternativa, per le “nicchie” e le “élites culturali”, ci sono sempre i pretenziosissimi festival dei peccati capitali nei castelli, le aoste classiche che di classico non hanno nulla o le rassegne simil-folk per gli alternativi con le scarpe da rocciatore.

    Pare vada proprio così: bellezze naturali a parte, non val proprio la pena di venire a soggiornare in Valle d’Aosta. A meno che non si sia estimatori di Anna Tatangelo o dei Carmina Burana, dei vedutisti di golfi con Vesuvio o degli scultori lignei delle verdi vallate.
    L’estetica della paccottiglia. Sostenuta e finanziata in lungo e in largo negli anni, che produce e continuerà a produrre paccottiglia sempre più inutile e sempre più brutta ancora per molto tempo. Bigiotteria patrocinata e finanziata con soldi pubblici come fosse metallo prezioso, utile solo a operatori di settore più o meno improvvisati, più o meno forbiti. Con l’approvazione degli ultrà delle squadre di calcio in ritiro estivo.

    Quanto alla grammatica, se è vero che le parole sono la forme dei pensieri, sarebbe superfluo aggiungere altro… se solo non esistessero giovani in gamba costretti a emigrare, ricercatori che fanno i lavapiatti… (non continuo, visto che l’argomento è trito e ritrito). Non riesco a non essere amaro, non riesco a essere ironico, perdonatemi.
    In Valle d’Aosta, come in tutte le realtà più arretrate culturalmente, è sempre l’ignoranza a pagare.
    E non è neanche più un posto così bello dove vivere, vista la qualità della vita sempre scadente. Checché ne dica Il Sole 24 Ore.

  7. patuasia Says:

    Capisco la sua amarezza signor E.T. perché è anche la mia. A proposito di paccottiglia cultural-turistica a breve il torneo di calcetto in piazza…

  8. bruno courthoud Says:

    Ma che importanza ha la lingua? E poi l’italiano! Anzi, meno lo sanno, e meglio è. L’importante è che siano “affiliati” alle “cosche” di chez nous, e, soprattutto devoti e fedeli (due fidélités liges). Tutto il resto è sovrastruttura. La consacrazione di una “madrassa” locale al Ponte di Pietra? Un merito eccelso.

  9. vetriolo Says:

    Novelli futuristi incompresi – Zang Tumb Tumb

    Manifesto del futurismo

    1. Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità. 2. Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia. 3. La letteratura esaltò fino ad oggi l’immobilità pensosa, l’estasi e il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno. 4. Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo… un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia. 5. Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante, la cui asta ideale attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita. ecc. ecc.

    il testo integrale potete trovarlo qui:
    http://www.classicitaliani.it/novecent/marinet.htm

  10. vetriolo Says:

    secondo me sono partiti dal punto 10. Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica o utilitaria. […]
    E vengano dunque, gli allegri incendiarii dalle dita carbonizzate! Eccoli! Eccoli!… Suvvia! date fuoco agli scaffali delle biblioteche!… Sviate il corso dei canali, per inondare i musei!… Oh, la gioia di veder galleggiare alla deriva, lacere e stinte su quelle acque, le vecchie tele gloriose!… Impugnate i picconi, le scuri, i martelli e demolite senza pietà le città venerate!


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