Privatizzare il Concours Cerlogne?…


Si annuncia uno dei più radicati riti di regime, il Cerlogne.
La scuola pubblica dovrebbe organizzare manifestazioni di questo tipo per l’inglese, il cinese, l’arabo, lo spagnolo, il russo. La scuola pubblica deve insegnare le materie che aiutano a capire il mondo globalizzato e a lavorarci, non quelle che emozionano una minoranza della popolazione, o solo i partiti etnici. Quelle, soprattutto le lingue, che aiutano a comunicare, non a segnare il territorio come il piscio dei gatti. La scuola pubblica non deve “emozionare”, per quello c’è Dario Argento. Perché non organizzare un corso di marxismo o di mistica fascista? Emozionerebbe di sicuro qualche studente… I privati, quelli che giustamente nel loro dialetto vedono le loro radici, si tutelino da soli: potrebbero privatamente pagarsi il concours Cerlogne. La scuola pubblica deve agire nell’interesse collettivo, non parziale. Ci fosse una Destra decente in Vda, queste proposte le farebbe lei.
Invece solo peracottari berluskonisti, talmente ignoranti che, dal nome e cognome, pensano che Benedetto Croce sia stato un prete… Finirà così: quando la ottusa nomenklatura localista sarà costretta ad accorgersi che la scuola pubblica deve insegnare inglese a go-go, si continuerà col patois. Poi statisti insigni, pensosi del bene dell’Autonomia, finanzieranno con denaro pubblico ( magari 500.000 euro a fondo perduto…) scuole private di inglese, opportunamente create ed intitolate a parenti, famigli, compari di loggia e fidanzate “in sonno” di Jovencan e Brusson. Gabelle linguistiche… Così una lezione costerà 70 euro all’ora, mentre con la scuola pubblica sarebbe gratis, e loro ci guadagneranno pure sul ritardo che hanno imposto alla scuola pubblica. Da ghigliottina… In metafora eh? (roberto mancini)

 

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31 commenti su “Privatizzare il Concours Cerlogne?…”

  1. Il Pretoriano Says:

    Sig. MANCINI, Lei le cose ce le racconta con una semplicità magistrale, facile da capirle.
    Mi raccomando non scenda mai in politica altrimenti le cose Le direbbe in politichese e noi non capiremmo più un cippo.
    Tanto di cappello per non dire mai più Chapeau……!

  2. Nelson Says:

    Veramente il Cerlogne non è un corso di patois!
    A scuola non si insegna il patois.
    E mia figlia che frequenta la scuola dell’infanzia studia inglese.

  3. roberto mancini Says:

    Sig Nelson,
    Ma lei dove risiede?
    A Trafalgar square?

  4. bruno courthoud Says:

    Sono nato con il patois, mia madrelingua, ho sempre parlato patois in famiglia e lo parlo ancora con gli amici di paese e con le persone che lo parlano. Quando ho cominciato la scuola, in paese, in prima elementare, non conoscevo una parola né di italiano, né di francese. La maestra, che era del posto ed essendo io l’unico ad avere questo problema (in genere i bambini venivano accettati a scuola già a cinque anni e pertanto in prima elementare orecchiavano già qualcosa; nel mio caso i miei genitori non erano riusciti ad impormelo, né avevano insistito, né mi avevano obbligato con imposizione), per i primi tempi si è seduta accanto a me e mi inoltrava in campi a me sconosciuti fino ad allora. Mia sorella, che aveva gli stessi miei problemi, incominciò la scuola elementare a Ceresole Reale, in Canavese. Sia io che lei ce la sbrogliammo lo stesso, senza grossi problemi.
    Ovviamente amo il patois come ognuno ama la propria lingua materna. E’ una lingua parlata destinata, con il tempo, a scomparire, spero il più tardi possibile. Voglio però dire che a salvarlo, o meglio, a ritardarne la morte preannunciata non saranno né il concours Cerlogne, né i vari corsi che si intendono introdurre o sono già stati introdotti, più o meno forzosamente. Il patois morirà insieme alla civiltà agricola che lo ha prodotto.
    E’ pertanto riprovevole l’uso strumentale e politico che se ne fa, così come della lingua francese. Il patois si tramanda solo ed esclusivamente per via orale, di madre in figlio/a. Detto questo auguro ancora, nel suo ristretto ambito di applicazione e in relazione ai fini per cui è nato e si è sviluppato, una lunga vita al patois.

  5. Nelson Says:

    Il Cerlogne è un concorso. Vi aderiscono solo alcune classi. I bambini preparano dei disegni, raccolgono testimonianze, etc. sul tema, che varia di anno in anno. Il tema è legato al territorio e alle sue tradizioni. Non è un corso di Patois.
    I corsi di Patois ci sono ma non in orario scolastico e solo su base volontaria (credo comunque che il Patois si possa imparare solo se si parla in famiglia).
    Confermo che alla scuola dell’infanzia fanno inglese, con tanto di quaderno.

  6. Andrea Says:

    Il fascismo voleva imporre l’ italiano, l’ Uv impone francese in tutte le salse a tutte le età. Sto esagerando ? Non trovo la differenza. Almeno il fascismo non pagava l’ indennità a chi sapeva l’ italiano. Il Sig. Nelson vede il Tg della contea di Londra.

  7. roberto mancini Says:

    cari tutti,

    L’andamento del dibattito mi suggerisce un interrogativo:
    ma perchè un tema scolastico o una ricerca devono per forza essere “legati al territorio”?
    Se nel tema delle elementari parlo del mio primo amore, la mia Dulcinea non può essere francese, perchè incontrata a Narbonne, ma necessariamente del mio quartiere?
    Se sono rimasto orfano di padre in ferie al mare, non posso parlare della mia disperazione perchè ero fuori zona?
    Ma chi minkia decide che la cultura debba essere “legata al territorio”, cioè di solito ad un melenso elenco di ricordi del cortile?
    La cultura “legata al territorio” è quella delle Apt…..
    Tolstoj non ha mai parlato di Jasnja Poljana: non faceva cultura?
    Che palle con questo territorio….

    ps.
    e se la “cultura del territorio” ossessivamente propinata nascondesse qualche trucco? Qualche pericolo di esito autistico?

  8. AostaCapitalediCerlogne Says:

    Concours de patois Abbé J.-B. Cerlogne

    In collaborazione con il Centre d’Etudes Francoprovençales “René Willien”di Saint-Nicolas, il Bureau pour l’Ethnologie et la Linguistique dell’Assessorato Istruzione e Cultura, organizza il Concours de Patois “Abbé Cerlogne”.

    http://www.patoisvda.org/it/index.cfm/concours-cerlogne-valle-d-aosta.html

  9. exit-paul Says:

    Banalmente: il “Cerlogne” è una bella iniziativa, in cui i bambini si DIVERTONO e SOCIALIZZANO, parlando anche un po’ di patois. Non credo costi molto, anche perché l’accoglienza è basata sul volontariato.
    Come al solito, quando si parla di certi argomenti il signor Mancini vede rosso (quello delle corride) e denuncia gravissimi pericoli che lui, il signor Borluzzi e pochi altri vedono; evidentemente, a Mancini non piace il luogo in cui vive e le caratteristiche, anche culturali, della valle: ma, come dice Renzi, ce ne faremo una ragione.
    Certo ci sono state e ci sono strumentalizzazioni politiche sul nostro “milieu”, ma questo è un altro discorso.
    Sul tema, il signor Nelson ha ragione: a scuola i corsi di patois sono facoltativi (e non mi risulta abbiano molto successo) e i bimbi imparano in fretta anche un po’ di inglese.
    Insomma, tre lingue e, se i genitori vogliono, un po’ di patois non faranno sicuramente male alle nuove generazioni.
    Se poi qualcuno vorrà apprendere anche il mandarino e l’arabo molto bene; ma forse a sei/sette anni è pretendere un po’ troppo.

  10. Schiscèta Says:

    Il Concours Cerlogne non è un evento da privatizzare: per esperienza diretta so che tutti i bambini sono attivi nei lavori di gruppo ed in generale è un bel momento di socializzazione tra altre classi e scuole, su un tema comune che è il territorio. Quando facevo le elementari ho partecipato sia al Concours Cerlogne che al progetto Socrates (http://www.socrates.murst.it/students.htm), progetto di livello europeo che ci ha messi in contatto con bambini di tutta l’Unione Europea. Di entrambe le esperienze ricordo piacevolmente le belle sensazioni dei lavori di gruppo e del confronto con gli altri bambini.
    Gli insegnanti devono avere la possibilità di scegliere se far partecipare o meno i ragazzi: allo stesso tempo dovrebbe essere soprattutto l’Assessorato a proporre agli insegnanti e ai bambini delle valide ”alternative” o dei validi progetti che li aiutino a confrontarsi con i loro coetanei in maniera costruttiva. La domanda giusta sarebbe: ci sono alternative altrettanto valide?

    P.S.
    Da studentessa valdostana di asilo-elementari-medie-liceo vi assicuro che il mio inglese è pari a quello di Berlusconi (e chi vuol intendere…). Chi tra i miei coetanei conosce bene l’inglese se l’è dovuto studiare privatamente: ha senso?

  11. FtW Says:

    Ku Klux Cerlogne.

    I nostri figli andranno a studiare psicologia bovina in Patois all’UniVdA, o a Torino/Milano (magari in Inglese) con l’aereo di linea che a breve di certo decollera’ dall’aeroporto Régional?

    Il Patois e’ destinato a morire per naturale evoluzione della Storia, o – al limite – a lasciare una traccia (anche giusta) a memoria del passato.

    I nostri figli proseguiranno in treno all’interno di un’Europa piu’ aperta, o creperanno col Poudzo alzato in fondo alle valli nostrane?

  12. giancarlo borluzzi Says:

    Concordo sul fatto che in Valle manchi una “destra decente”, ma la colpa non è di quanti localmente non la sanno interpretare, bensì di chi ha ritenuto di dover conferire responsabilità partitiche in Valle in sintonia con altri incarichi (leggi Mediolanum). A livello di scemenze locali, faccio notare che è stata promossa un’iniziativa, penso itinerante, volta a reclamizzare il cibo locale: l’istruzione è stata rivolta a ragazzini delle elementari e con lezioni tenute in italiano, francese e patois. Indottrinamento non diverso dal Concorso Cerlogne, volto a instillare l’idea dell’appartenenza a un francobollo di terra col risultato dell’estraneamento dal resto del pianeta. Mi trovo da vari giorni a Kyoto e… o giapponese o inglese! Possibile che i residenti in Valle d’Aosta non abbiano uno spicchio di reazione? Ho letto rapidamente le allucinanti dichiarazioni del Ministro dell’Istruzione che, durante la sosta in Valle, pare essere stata imboccata dagli unionisti. Se non erro, il “responsabile” del movimento politico di questo Ministro di cognome fa Ardito; ma di fatto, è mancata qualunque arditezza nell’illustrare al Ministro la situazione linguistica valdostana reale.

  13. ognuno tira l'acqua al suo mulino Says:

    Caro Borluzzi, lei non ha tenuto conto delle prossime elezioni europee, e che quindi il Ministro era interessata anche a non urtare la suscettibilità di un elettorato (quello unionista) privo di candidati di riferimento.

  14. luchino Says:

    ahi ahi ahi, signor mancini, stavolta scivola su una buccia di banana in salsa localista….malainformazione o malafede? il “concours cerlogne” non è cetamente un corso di lingua “patois” (posto che sia una lingua…), ma una manifestazione a cui partecipano, su base volontaria, le scuole elementari. non si può privatizzare, e francamente non capirei le finalità di una privatizzazione. sig. borluzzi che minchia centra l’insegnamento delle lingue staniere nelle scuole valdostane con il concours cerlogne? ma certo che ci vuole l’inglese nelle scuole valdostane, ma non per questo bisogna cancellare il francese (lingua ben più bella, almeno dal punto di vista dell’orecchio… :-))

    ecco finalmente la saldatura tra destra e sinistra su un tema, quello linguistico, che qui non si può eludere a suon di slogan beceri. e vi parla un cittadino valdostano che non vota union, non ama i localismi autocelebrativi, non conosce una parola di patois (pur essendo di vraie suche), che ritiene le lingue, tutte le lingue, un arricchimento culturale e non una barriera etnica. piuttosto battetevi perchè continui il concours ad essere un momento di socializzazione, diventando magari anche occasione di incontro con altre realtà europee che condividono il linguaggio franco-provenzale.

  15. luchino Says:

    i miei figli, comunque, al concours non ce li mando…. troppi bazan in giro…. a scanso di equivoci, ecco….

  16. Ya basta Says:

    Non sono valdostano e non conosco il patosi perché nessuno me l’ha tramandato, come giustamente dite, perché la cultura del luogo con la sua lingua si tramanda non si insegna. Poi c’è anche qualcuno foresto che per motivi di lavoro o comunque per necessità ha imparato la lingua del posto. Vivo in Valle da tantissimi anni e ne sono contento. Una cosa mi dispiace che cultura è una sorella minore in questa Valle, dove esistono tracce di passato dal neolitico ( giù di lì) fino ai nostri giorni e pochi l’apprezzano anzi qualcuno si vergogna anche che questa città fu fondata dai romani. A proposito 2000 anni fa moriva il suo fondatore e nessuno se ne è ricordato, povero Augusto. Parliamo di cultura ma facciamola conoscere, evidenziamo ciò che abbiamo, mi permetto di dire ciò che abbiamo perché c’è molto oltre al concorso Cerlogne

  17. cenerentolo Says:

    scrivo al signor Mancini perché non condivido la sua visione e espongo la mia visione. Non voglio difendere l’operato dei politici regionali, ma secondo me il concours Cerlogne ha ben ragione di esistere. Forse sono di parte (oddio, il mio voto non lo hanno mai avuto…), forse sono “provinciale” (abito in una valle laterale e non nei grossi centri), ma credo che questa sia un’occasione per permettere ai bambini di imparare la NOSTRA cultura. Noi, come valdostani, siamo diversi, così come un piemontese è diverso da un ligure, da un veneto o da un pugliese. E’ giusto che vengano insegnate ai bambini gli usi, le tradizioni, le leggende e le storie del posto dove si è nati. E questo non vuole essere un discorso localista, io per primo sogno una grande Europa unita, dove le differenze culturali che ci sono tra le personi siano ben marcate, ma non costituiscano barriere: so che è un discorso utopistico e ci si mette in mezzo la solita poltica, ma non credo che tutto quello che è caratteristico della valle d’aosta (o più prettamente del territorio alpino: ci sono molte più usanze comuni tra un valdostano e uno svizzero, piuttosto che tra un valdostano ed un lombardo) sia “merda” (passatemi il termine) e non vorrei che non venisse tramandato.

    Ps: una considerazione sull’insegnamento della lingua inglese. Come ogni lingua per essere imparata ha bisogno di essere esercitata: si impara molto meglio (e più in fretta) l’inglese guardando i film in lingua originale piuttosto che in anni di liceo. Ma qui la riflessione dovrebbe essere ancora più ampia: non si può pretendere di imparare una lingua (francese, inglese, ecc) insegnandone esclusivamente la letteratura: io sono uscito dal liceo che sapevo parlare dello stile linguistico di Orwell o di Shakespeare e avrei saputo a stento dare indicazioni per arrivare in stazione, ma dovrebbe essere riformato tutto il sistema scolastico…

  18. Luigi Martin Says:

    Condivido totalmente, e non potrebbe essere diversamente, l’analisi fatta da Bruno Courthoud sul patois in Valle di Aosta e sul suo divenire. Una volta ancora Bruno, su questo blog, ha dimostrato di essere ” au dessus de la mélée”. Anch’io ho sempre parlato patois in famiglia e pertanto la considero la mia lingua madre, intercalata, a volte, con espressioni del “dzargo”, caratteristico delle valli di Rhemes e di Valsavarenche.Ora con la mia nipotina, iscritta alla 4^ elementare, parlo in italiano, in francese e a volte uso poche espressioni in inglese lingua che si insegna nella sua classe. Il patois con lei, per ora, è accantonato ma sarà ripreso. In merito al Concours Cerlogne, proposto nel 1963 dal prof. Jean Pezzoli e dall’insegnate René Willien e apertamente sostenuto dall’ Assessore Corrado Gex, avrei, modestamente, molte cose da dire in quanto ne ho curato l’organizzazione fino al 1990, durante il mio lavoro in Regione. Mi limito a fare una sola considerazione. A mio avviso si tratta di una interessante iniziativa, unica forse nel panorama scolastico italiano ed estero, che ogni hanno coinvolge migliaia di alunni e centinaia di insegnati non solo valdostani ma anche delle vallate francoprovenzali del Piemonte e di alcuni paesi della Puglia e della Savoia, su vari temi, con particolare riferimento a ricerche ed allo studio del “milieu”, uno dei punti qualificanti della pedagogia di Célestin Freinet.
    Il materiale prodotto è raccolto e classificato presso il Centre d’Etudes Francoprovencales di Saint- Nicolas e visionato, ogni anno, da molti studiosi della materia. Sono profondamente convinto che la scuola valdostana, oltre a mantenere iniziative che valorizzano e tramandano le nostre tradizioni, deve porre una attenzione particolare al futuro dei nostri giovani, incentivando lo studio e l’apprendimento non solo del bilinguismo sancito dallo Statuto speciale ma soprattutto di altre lingue:l’inglese in primis, lo spagnolo e il russo. La Valle di Aosta non è soltanto montagne, ghiacciai e centrali idroelettriche, deve essere soprattutto terra di cultura

  19. nicola69 Says:

    Buongiorno, come al solito un interessante spunto da me pienamente condiviso, viene al solito ridotto ad uno slogan politico. Mi sa tanto che il “politichese” viene parlato un po’ da tutti in questo momento, e la cosa che dispiace e’ che oramai non ci si rende piu’ conto della lingua che si parla. E’ giunta l’ora a mio avviso di “spostare” un po’ gli interessi su argomenti piu’ attuali, cercando di conservare le tradizioni, ma non di fare di esse l’asse portante di una regione. Mi sembra

    che sia arrivata l’ora che la Valle d’Aosta inizi ad entrare veramente in Europa, dopo che pèer tanti anni ne’ e’ stata pressoche’ completamente al

    difuori. Occorre dare ai giovani valdostani la possibilita’ di andare a combattere ad “armi pari” con i giovani del resto d’Europa. Condivido che la lingua sia basilare, e soprattutto l’inglese, completamente trascurato nelle scuole valdostane per lasciare il posto al francese, lingua oramai pressoche’ inutile al difuori della Francia.
    Giustissimo commento quello di Patuasia, ma che questa idea non diventi un mezzo per fare politica spicciola. Buona giornata.

  20. roberto mancini Says:

    cari tutti,

    Ma scusate:
    le maestre che volontariamente e con grande passione e amore organizzano il Concours, ricevono un’integrazione
    economica dalla regione o no?
    Se si, è un incentivo: tu fai un di più, io Mamma Regione monetizzo il tuo impegno.
    Perchè non si incentiva allo stesso modo l’insegnamento dell’inglese, posto che all’interno della scuola è insegnato poco e male?
    Non sarebbe bello un ” meeting Queen Elisabeth” con maestre volontarie, però incentivate dalla regione?
    Tra parentesi, faccio notare che siamo l’unica regione al mondo in cui si trova normale che il volontario sia pagato…
    La politica, se è saggia, cerca di incentivare ( ossia accrescere, potenziare) un settore debole.
    Si vede che la politica valdostana ritiene debole la pratica del patois e sviluppata quella dell’anglofonia.
    Si prepara un avvenire luminoso per i nostri figli e nipoti: come patoisants potranno sempre trovare lavoro alla Gabella, di Jovencan o di Brusson.
    O andarlo ad elemosinare , così “les traditions” sono salve…

    Ps:
    sull’ argomento c’è troppa ipocrisia e troppa gente ingenua, che finge di non capire il “back stage” politico dell’iniziativa. Guardate che qui le parole non significano mai veramente ciò che rappresentano.
    Si scrive “Carrefour”, ma significa regione isolata fisicamente, con turismo solo per ricchi tramite autostrada più cara d’Italia. “Carrefour” nella realtà significa “Muro di Carema”.
    Si dice “Francofonia”, ma nella pratica vuol dire sbarramento per impedire libera circolazione di manodopera. Protezionismo di assunzione.
    Ma quale apertura culturale? Chiusura alla libera circolazione di manodopera!
    Care Biancaneve immacolate, sveglia eh?

  21. Reginaquadri Says:

    Sig. Mancini non hai mai pensato di farsi fare un secret da Geppina per alleviare il dolore che le provocano le manifestazioni legate al territorio valdotain? Forse l’avrebbe aiutata contro questo terribile male.

  22. roberto mancini Says:

    Signora Reginadiquadri,

    Il suo commento risulta sempre il meno intelligente. Pure lei ha un secret?

  23. roberto mancini Says:

    Sig Exit Paul,

    Non sia banale, non vedo affatto rosso. Quella è una caricatura degna della signora Reginadiquadri, che poverina non esce dalla dicotomia amore/odio, categoria infantile come i ragazzini delle medie.
    Vedo invece con grande preoccupazione la sfida della modernità, cui non pensano nè la scuola valdostana, né la società civile ( ma esiste?) nè tantomeno la ottusa nomenklatura politica localista.
    Non mi faccia più cretino di quanto sono.
    Ma che vuole me ne freghi del dialetto?
    Io penso al futuro delle nuove generazioni, come dovrebbero fare i politici.
    Che invece, cialtroni, pensano alle clientele elettorali delle maestrine patoisantes.
    Posto che pure lei conviene che l’inglese sia importante ( direi vitale…), come facciamo ad insegnarlo più e meglio ai ragazzi
    ( presto, fin dalle elementari!)?
    Aumentiamo le ore di insegnamento? E’ possibile?
    Oppure gli facciamo posto eliminando nei programmi altre materie?
    Pure lì credo non sia possibile.
    Oppure ne incentiviamo lo studio extra-scholam, operando esattamente come per il patois?
    Però facciamo qualcosa.

  24. Reginaquadri Says:

    No no, io nessun secret. Le confesso però che non mi dispiacerebbe possederlo, anche perchè si tratta di un aspetto mooolto importante della cultura valdostana.

  25. chinesegirl Says:

    Quando insegneranno cinese nelle scuole valdostane sarò così vecchia che non potrò più insegnarlo…
    ;(

  26. E.T. Says:

    Perdonate se affronto la questione da una prospettiva forse troppo pragmatica, ma, a costo di banalizzarlo, credo che il tema vada attualizzato un po’.
    A detrattori e sostenitori dei dialetti locali (talebani come reginadiquadri esclusi) vorrei domandare: quale sarà, secondo voi, l’effetto che la rivoluzione mediatica ed economica in atto porterà sulla lingua che i nostri figli e nipoti utilizzeranno tra un decennio, quando saranno persone attive nella società? Perchè è del tutto evidente che i linguaggi, di ogni latitudine o epoca, non sono mai stati, né mai saranno, materia inerte, statica. Si tratta solo di capire qual è la rapidità con la quale essi evolvono nel tempo, fino ad esaurirsi e scomparire. Il punto non è “se” evolvono.
    Sono felice di aver studiato lingue come il greco e il latino, so che esse hanno una qualche relazione con la mia visione del mondo e la mia cultura, ma non per questo auspico che ritornino in auge e neppure infarcisco le mie frasi di locuzioni latine, come fanno alcuni, solo per sottolineare una qualche mia appartenenza, o come pura ostentazione e demarcazione di un territorio di appartenenza culturale.
    Allora, con tutta la simpatia che nutro nei confronti del patois e dei dialetti di ogni latitudine, credo che il punto vada affrontato in quest’ottica, e non in modo ideologico come continuano imperterriti a fare i talebani dell’identità, sedicenti depositari della cultura locale. Tradizionalisti molto ipocriti, tra l’altro. Ho notato infatti una loro sempre crescente presenza sul web. Pare proprio che stiano facendo a gara a chi si guadagna il numero maggiore di “mi piace” nei vari social media e non mi sembra affatto di aver notato che comunichino in francese, né tantomeno in patois.
    Pensate davvero che, come fu per la televisione, non ci sia una relazione tra questi nuovi fenomeni e la scomparsa progressiva dei dialetti?
    Che il dialetto venga utilizzato da politici e ideologi in modo del tutto strumentale e pretestuoso, mi pare del tutto evidente. Se fossi una di quelle maestre che, in modo tanto disinteressato, mettono tutta la loro dedizione nel concours Cerlogne perché amano tramandare la lingua dei loro antenati ai più giovani, li inseguirei col battipanni (invece si guardano bene dal farlo, chissà perché).
    I dialetti rappresentano un patrimonio di grande interesse antropologico, non c’è dubbio. E come tali è giusto registrare dei documenti sonori a futura testimonianza, metterli in una fonoteca di qualche museo etnografico accanto ai rastrelli di legno, le grolle e le scale a pioli e ad altre testimonianze del tempo che fu.

    Il patois (sarebbe meglio dire i patois) è legato a un determinato territorio, ad usi e costumi, ad aspetti economici e antropologici che, piaccia o no, non fanno più parte della realtà del nostro tempo.
    A tutto ciò, mi pare evidente, si vanno sostituendo nuovi paradigmi, “usi e costumi” propri di quel non-luogo che è la rete, che sta sovrascrivendo e travolgendo tutti i parametri su cui abbiamo fondato fino ad ora il nostro percorso evolutivo di individui. È dannoso, secondo me, cercare di opporsi al dato di fatto che le nostre vite sono e saranno sempre più svincolate dalla rigida appartenenza a un territorio. Perché se, con la miopia tipica dei conservatori, non saremo capaci di fornire alle nuove generazioni quegli attrezzi utili ad affrontare un futuro che, per loro, si annuncia tutt’altro che semplice, creeremo solo dei frustrati, dei disadattati o, per usare un termine caro al brillante senatore che rappresenta la Valle d’Aosta a Roma, degli svantaggiati. Individui che finiranno, inevitabilmente e giustamente, con l’odiare noi, il patois, la cultura valdostana, quella italiana e via discorrendo.

    È finito il tempo dei loro nonni e genitori i quali, tra ricche consulenze, impieghi regionali fissi in qualche partecipata, ente, fondazione o assessorato, potevano garantirsi l’agio che ha caratterizzato la vita di molti valdostani negli ultimi trent’anni (tra i quali, guarda caso, si annoverano i più strenui difensori della cultura valdostana; andate a parlare con un allevatore di qualche valle laterale: vi parlerà in patois, ma vi risparmierà certo inutili e vuoti pistolotti sulla cultura locale).

    Come molti altri corsi e concorsi, enti, istituzioni per la difesa delle tradizioni, il concours Cerlogne, serve spesso solo ai vari addetti ai lavori per giustificare i loro stipendi. Un inutile palliativo difronte ai cambiamenti epocali ai quali stiamo assistendo, che ridefiniscono ogni cosa, compreso il concetto stesso di cultura.

    Quanto ai talebani, continuino pure con i loro secrets. Qualche curioso studioso di antropologia, prima o poi verrà a studiare anche loro, per poi riporli in qualche teca di un museo. A futura memoria.

  27. patuasia Says:

    Interessante dibattito quello suscitato dal signor Mancini, mi sembra doveroso dire la mia. Dunque, in un panorama globalizzato, se vogliamo che qualcuno si accorga di noi dobbiamo coltivare le nostre peculiarità, discorso che per altro ben si applica a qualsiasi contesto. Se vogliamo vivere di turismo dobbiamo saper vendere ciò che abbiamo con intelligenza e creatività. Conoscere e valorizzare il nostro territorio non per crogiolarvisi, per rinchiudersi in una specificità che ottunde i cervelli per fini di controllo politico, ma per offrirlo agli altri. Per farlo occorre sapere comunicare, le lingue sono indispensabili. Non vedo conflitto tra un Concours Cerlogne e l’insegnamento dell’inglese, perché non c’è o non ci dovrebbe essere. L’atteggiamento integralista di una parte dei valdostani che auspica uno stato per un popolo che ne è privo, è fuori dalla Storia. Ed è pure ridicolo dal momento che la nostra crisi economica coincide con quella dello Stato che ci ha tagliato i fondi. Aosta è stata fondata da Augusto, ma guarda un po’! Attraversata da più genti e culture esattamente come è accaduto alla maggior parte del pianeta. Siamo una somma di generi tra i più diversi e siamo in continuo cambiamento, questo non deve spaventarci, ma alimentare la nostra capacità di adattamento. Oggi l’inglese è la lingua che unisce i popoli che vivono sempre più a stretto contatto fra loro, quindi è indispensabile studiarla. Non per questo bisogna licenziare il patois che invece è giusto stimolare. Conoscere la nostra terra per poterla offrire con dovuta attenzione e sensibilità agli altri.

  28. roberto mancini Says:

    Grazie signor Et,

    Ottima ed accurata analisi, concordo in pieno con lei.

    Grazie Patuasia,
    Non appena si obbietta qualcosa sul sacro patois, ti accusano di aver parlato male della madonna.
    Grazie per aver ricordato che nessuno vuole cancellare niente, ma solo avere nella scuola ( o extra scholam…) priorità linguistiche diverse.
    Sarà durissima, sulle litanie identitarie ci campa una bella lobby, da oltre 40 anni.
    Sedimenti e impedimenti della modernizzazione.

  29. Reginaquadri Says:

    Di solito chi utilizza il patois, con chi lo conosce, lo fa SEMPLICEMENTE perchè gli viene spontaneo. Io parlo patois perchè si tratta della mia lingua madre, la uso quotidianamente, e non per ragioni ideologiche/strumentali(?). Nessun paraocchi verso il mondo che cambia ma ordinaria lingua di comunicazione, acquisita in famiglia.
    Concordo sul fatto che il patois s’impara e si utilizza solo ed esclusivamente nella sfera privata, come d’altronde è sempre stato. Non ricordo di aver partecipato, a suo tempo, al concours Cerlogne ma mi ricordo bene della maestra, che pur conoscendo il patois, non lo lasciava utilizzare in classe e nemmeno durante l’intervallo. E non si tratta di un caso isolato.

    Tranquilli, chi nel mondo globalizzato ha ancora l’opportunità di conoscere un dialetto e di adoperarlo, non sarà alienato dalla società moderna per il fatto che, a quanto pare, i dialetti non hanno il potere di escluderti magicamente dalla realtà.

    Le usanze locali sono destinate ad evolversi o a morire, diventando giustamente argomento di discussione per storici, antropologi, curiosi e menestrelli cantastorie.

  30. bruno courthoud Says:

    Modernizzazione e globalizzazione, sì (non c’è scampo), ma quale? di che tipo? quella che abbiamo davanti agli occhi? Andiamoci piano. Neo-illuminismo? Con le cautele del caso. L’unico problema non è saper farfugliare qualcosa in inglese. Non è assecondare e seguire sempre l’onda più alta e travolgente.

  31. soudaz Says:

    L’ha ribloggato su Il Blog di Tino Soudaz 2.0 ( un pochino)e ha commentato:
    Bravo Roberto e brava Patuasia!


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