Il corpo sottratto


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Dopo 14 anni torno a esporre nella mia città. Sono un’artista non amata dai politici, da quando ho incomiciato a esporre pubblicamente il mio pensiero ho smesso di esporre le mie opere e le mie idee. Sono stata oggi sdoganata da una donna che in politica non la pensa come me, ma che, evidentemente, ama il mio modo di creare immagini. (Felice che sia stata una donna!). Le ho dedicato vignette satiriche come a molti suoi colleghi, ma lei non ha smesso di salutarmi. La ringrazio pertanto per aver dato la priorità al mio curriculum di artista e non a mio pensiero politico, ancor meno al mio ruolo di blogger. Grazie, presidente, Emily Rini. (Amici grillini-talpini non state a chiedere quanti incarichi la Rini mi ha conferito, solo questo invito. Già, secondo i pentastellati chi non applaude loro è irrimediabilmente colluso per interesse personale.). Il suo gesto è molto importante, perché è il primo segno concreto di emancipazione dal proprio clan. Un segno che apre la strada al pensiero libero e al merito. Molti inneggiano all’Esprit libre, ma poi nei fatti si comportano da perfetti primitivi, legati alla famiglia di appartenenza. – Se mi critichi sei tagliato fuori – Lei, invitando me, personaggio scomodo, ha fatto un atto che ci aspettiamo da tutti. Ha guardato al merito e non all’appartenenza politica. E lei sa benissimo che io non sono in vendita. Il prezzo della mia libertà di espressione è così alto che nessuno può permetterselo. 🙂

L’ho già scritto, ma lo ripeto, la mia parte della mostra, Il corpo sottratto, è costata all’amministrazione regionale 4.800 euro lordi. Il colore e la manodopera per rinfrescare la saletta espositiva, molto zozza e impresentabile, sono stati un dono della sottoscritta alla Finaosta.

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6 commenti su “Il corpo sottratto”

  1. marburg Says:

    Vista la mostra. Complimenti alle due artiste che in modo diverso, ma complementare e molto coinvolgente hanno saputo sollecitare delle riflessioni su questo tema delicatissimo. BRAVE!

  2. Diada Says:

    Vista anche io la mostra. superficiale, inutile, banale, incapace di dare emozioni, non dice niente, non racconta niente. Teasparente, invisibile.

  3. patuasia Says:

    Gentile signora Diana, innanzitutto grazie per essere andata a vedere la mostra e grazie per aver riportato l’attenzione su questo argomento che io ho trascurato, lei dice che le immagini sono superficiali, inutili, banali incapaci di dare emozioni e, naturalmente mi incuriosisce. Le chiedo pertanto di spiegarmi il perché, il modo… che hanno generato tanta trasparente invisibilità. Davvero, io non riesco a comprendere quello che lei dice e quindi le sarei davvero grata se potesse illuminarmi su quello che potrebbe essere stato un nostro limite (il mio e quello di Sophie-Anne Herin). Un’altra cosa le chiedo: dal momento che io non sono nessuno e quindi da me non ha da temere nulla, la pregherei di svelare la sua identità, lo dico per dare alle sue affermazioni quella forza che l’anonimato inevitabilmente fiacca. Grazie.

  4. orsobruno Says:

    Secondo me Diada è figlia di un noto politico!

  5. Diada Says:

    In passato ho sofferto di anoressia, per cui Le chiedo scusa se non me la sento di soddisfare la sua richiesta sul mio vero nome. Cercherò di essere il più precisa possibile, in modo che il mio pensiero possa avere un minimo di credibilitá anche se anonimo. Il motivo per cui ho definito la vostra mostra nei modi in cui lei ha così nbene ricordato sono in parte definiti dainlimiti che voii stesse avete indicato negli scritti chepresentano l’iniziativa: non conoscete l’argomento. le vostre immagini sono prove di spessore. Non sono un’artista, ma come fruitrice-non-esperta di arte considero un’opera d’arte qualcosa che dá emozioni e/o che dice qualcosa in modo diverso. Voi non dite nulla: avete semplicemente riportato parti del corpo che mostrano gli effetti del digiuno ma non siete le prime a fare questo. Avete aggiunto immagini tratte dal mondo della natura che forse volevate indicassero la solitudine, la disperazione, la devastazione, ma che -secondo me- somo troppo poetiche e morbide rispetto a quello che succede davvero, a quello che si prova quando si vomita, quando si raccontano bugie alle persone che amiamo, quando si sta male ma non puoi fare niente per stare meglio…. Da anoressica che sta meglio (chissá se si guarisce mai…) ho apprezzato il vostro entrare in questo mondo in punta deinpiedi, anzi il rimanerne sulla porta emotiva, in una specie di buonismo estremo che ne rispetta il pudore. È come se da parte vostra ci sia stata un’incapacitá o una paura di vedere davvero cosa c’è dietronla povera ragazza che non vuole mangiare. E sapetenuna cosa? È vero, c’è da avere paura. E hanno più paura i genitori e gli amici delle anoressiche che loro. Ma voi tutto questo drammatico turbinio di emozioni disperate e demoniache non lo avete neppure accennato. la vostra è la mostra del buonismo poetico di chi vorrebbe disperatamente fa qualcosa ma -almeno- ha il buongusto di non puntare sul sensazionalismo.

  6. patuasia Says:

    Grazie Diada, per la sua puntualizzazione che esplica ora in modo chiaro il suo pensiero e per la sua testimonianza. Capisco il suo desiderio di anonimato, anche se essere state anoressiche non è motivo di vergogna alcuna. Io ho espresso chiaramente il mio percorso creativo che è un lavoro sulla malattia attraverso il linguaggio; mi sembrava l’approccio più corretto per una come me che non conosce il problema, e l’ho apertamente dichiarato, se non attraverso le informazioni verbali e visive. Ho cercato l’origine e l’ho trovata nella famiglia, ho cercato l’origine del segno e l’ho trovata in quello infantile. Il mio è un lavoro concettuale che probabilmente per chi ha vissuto la malattia risulta freddo, privo di spessore e le credo. Ma io mi sono rivolta principalmente a chi dell’anoressia sa poco o nulla. Lo scopo era quello di indirizzare lo sguardo comune su quel dolore, non di mettere il dito in chi ha o ha avuto la piaga. Altri hanno trovato le mie immagini molto forti, emozionanti, dure. Ma sono consapevole che chi come lei quel dolore l’ha provato, possa trovarle vuote. Come colmarle? Non è da me la spettacolizzazione del male altrui, ne ho troppo rispetto e forse mi fa paura (non è una colpa). Ho scelto corpi conosciuti ed esposti come icone già vissute e presenti nell’immaginario collettivo, regine di una società bulimica e anoressica di amore, mai avrei proposto immagini di donne che vomitano o che si tagliano. Non è il mio stile, mi dispiace. E credo non sia neppure lo stile di Sophie-Anne Herin che ha preferito inoltrarsi nella paura attraverso i simboli proposti dalle ragazze malate che lei ha frequentato. Non c’è buonismo, mi creda, ma leggerezza sensibile nel presentare una realtà devastante. Forse per lei sarebbe meglio un lavoro di duro reportage, più sfacciato, gli americani sono bravi in questo, ma non rientra nelle nostre corde.
    Il fatto che ne scriva vuol dire che è guarita, se avrà il coraggio di non vergognarsi vorrà dire che sarà ancora più guarita. I miei auguri.


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