Cinque domande a Fulvio Centoz


Non si dice, perché così vuole la prassi, ma il PD risulta essere diviso su due fronti: Donzel da un lato e lei dall’altro. Un talebano contro un possibilista. E’ così?
Credo che sia una visione un po’ schematica e riduttiva di una normale dialettica all’interno di un partito. Per quel che mi concerne ho una formazione riformista ma credo anche di avere sufficiente percezione di ciò che avviene attorno a me per sapermi far valere in alcune situazioni che richiedono prese di posizione forti e decise. Ciò non toglie che la politica sia la forma più alta di partecipazione civile e il dialogo ne sia il presupposto fondamentale. Certo che il dialogo e la mediazione presuppongono volontà di confrontarsi e necessità di riconoscersi reciprocamente, non come nemici ma come avversari.
In ogni caso nei partiti è normale che possano convivere posizioni differenti che debbono in alcuni casi trovare delle mediazioni e in altri confrontarsi anche duramente per arrivare ad una posizione chiara e netta. L’importante è mantenere la discussione su di un piano politico e non personale: solo così si cresce e ci si arricchisce reciprocamente.
Lei, per le europee aveva proposto un candidato Pd aperto al consenso di chi lo avesse ritenuto idoneo; si può dire che fosse un’anticipazione di quelle larghe intese che oggi l’UV e la SA offrono al PD e all’Alpe per uscire dalla crisi di Giunta?
Le elezioni europee sono state per me il primo banco di prova come segretario del PD della Valle d’Aosta. Inizialmente la coalizione autonomista e progressista ha perseguito l’intenzione di fare una lista apparentata al PD nazionale, espressione della minoranza linguistica della Valle. Quando ho preso in mano direttamente le trattative, ho potuto appurare che sia all’interno del PD sia all’interno della coalizione c’erano persone che avrebbero visto di buon occhio la possibilità di individuare un candidato rappresentativo della nostra regione che, forte dell’appoggio di un’ampia coalizione, avrebbe potuto aspirare a raggiungere quelle 50 mila preferenze necessarie per ottenere un eurodeputato. Io ero sicuramente tra coloro che ritenevano indispensabile partire dall’Alleanza autonomista, democratica e progressista e allargare il fronte necessario a raggiungere questo importante risultato.
Ben presto, però, è stato chiaro che questo percorso, vista anche la contrapposizione creatasi nel frattempo in Consiglio Regionale, non sarebbe stato facilmente perseguibile. E’ quindi sorta all’interno del mio Partito l’esigenza di valorizzare maggiormente la posizione del PD con il rovesciamento della prospettiva: il 20 marzo nella direzione del Partito ho proposto di votare un documento, che in quella sede è stato molto contestato ma il cui valore oggi mi sembra sotto gli occhi di tutti. Ecco il testo completo:
Ribadita la validità dell’alleanza autonomista democratica e progressista attualmente composta da UVP, ALPE e PD che rappresenta la vera alternativa all’attuale maggioranza regionale; Considerata l’importanza dell’appuntamento elettorale per i nuovi equilibri che potrebbero venire a formarsi nel parlamento europeo con la possibilità concreta di chiudere questo ciclo di politiche economiche rigoriste per aprire un nuovo ciclo di sviluppo e crescita anche dei diritti civili; Considerate le ripercussioni che il voto potrebbe avere sul governo nazionale di cui il PD è il partito perno poiché esprime la figura del Presidente del Consiglio, la Direzione regionale del Partito Democratico della Valle d’Aosta ritiene naturale esprimere un candidato rappresentativo della Valle d’Aosta e dell’Alleanza nella lista nazionale del PD all’interno della circoscrizione del Nord-Ovest e dà mandato al Segretario regionale e alla Commissione Politica di individuare il candidato, in accordo con l’Alleanza, da sottoporre al voto della prossima Direzione regionale.
Di fatto, tale posizione è quella che alla fine è risultata vincente, e che oggi ci permette di avere un candidato valdostano nella lista nazionale, anche se è vero che ci siamo arrivati in ritardo e con polemiche spesso inutili. Per me e per il PD è però un risultato importante: per la prima volta nella storia della Valle d’Aosta dei partiti autonomisti hanno deciso di inserire un candidato in una lista di un partito nazionale e faranno campagna elettorale per portare la gente a votare direttamente il Partito Democratico, senza dimenticare che altri movimenti autonomisti neppure si sono presentati per le elezioni.

Il muro contro muro, secondo lei, a cosa porterà? Ci può essere una via d’uscita? E quale potrebbe essere se si escludono le improbabili dimissioni di Rollandin?
Sono consapevole che sia necessario, in questa fase storica, contrapporsi nettamente a chi ci ha governato in questi anni e che non ha dimostrato grande capacità di visione a medio e lungo periodo, oltre che uscire da questo sistema “regione-centrico” che ormai è arrivato al capolinea, ma non sono così convinto che la contrapposizione secca che vediamo in questi giorni possa produrre qualche effetto positivo. Vedo crescere il livello dello scontro senza che si percepisca una reale via d’uscita. Quest’ultima non va ricercata nelle norme (che spesso vengono interpretate e piegate ad uso e consumo della parte che se ne serve) ma va perseguita attraverso la volontà politica.
Io credo che la minoranza abbia tutto il diritto di sfiduciare un Presidente della Regione e lo debba fare secondo le norme previste, ma insistere sulle dimissioni se poi queste non arrivano alla lunga può essere controproducente.
Come se ne esce?
Rimettendo al centro del dibattito la politica come arte della mediazione, sapendo che in questo momento storico da una parte non si può più pensare di decidere in piena solitudine e dall’altra non necessariamente bisogna avere fretta di rovesciare il tavolo. E’ urgente fare le riforme, e in questa situazione di sostanziale parità in Consiglio Regionale può essere la minoranza stessa a dettare l’agenda e a condurre il gioco: siamo di fronte ad un vero e proprio “governo di minoranza”, ad un governo cioè che rimane in carica finché non viene presentata una mozione di sfiducia costruttiva sebbene l’esecutivo in carica non abbia più i numeri per governare. Si può decidere di contrapporsi come avviene oggi, ma si può decidere anche di condurre il gioco, di presentare dei disegni di legge e di votarli per indirizzare il governo a fare o non fare determinate scelte. Si tratta di cambiare strategia pur avendo ben presente quale sia l’obiettivo finale.

Non si sente un po’ soverchiato dall’irruenza mediatica di Donzel che impazza sui social?
Per nulla. Usavo i social networks già prima di diventare sindaco e segretario di partito, ma non ho la presunzione di pensare che sia un mezzo che possa orientare il consenso in maniera così profonda. Le ultime elezioni primarie ne sono un esempio lampante: i sostenitori di Civati, sia in Italia sia in Valle d’Aosta, erano i più attivi sui social, tanto da far pensare ad un risultato clamoroso del loro candidato che, invece, ha avuto un risultato non così importante. Voglio dire, essere sui social networks è importante e permette di avere una certa visibilità, ma non possiamo pensare che il consenso possa arrivare unicamente da Facebook o Twitter. Ritengo invece fondamentale curare la comunicazione, tema sul quale ho molto da imparare.

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5 commenti su “Cinque domande a Fulvio Centoz”

  1. giancarlo borluzzi Says:

    Leggendo rapidamente ed enucleando la perla che va per la maggiore in questa versione italica della valle di Baliem, pare che Centoz appartenga al ceppo che caratterizza Pesce, riferimenti al PD nazionale per dovere d’ufficio a parte.
    Di conseguenza, c’è motivo per scambiare tra loro i titoli nobiliari conferiti in apertura da Patuasia a chi guida i due fronti.
    Comunque, giudizio complessivo ricalcando Remarque: niente di nuovo sul fronte occidentale .

  2. bruno courthoud Says:

    Ci siamo di nuovo. Politichese allo stato puro.

  3. Nelson Says:

    Bravo Fulvio!
    Il risultato sul fronte “candidato per le Europee” c’è.
    L’analisi sulla situazione politica ci fa capire che è prioritario affrontare e risolvere i problemi della Valle d’Aosta, e non conquistare il potere a tutti i costi e subito.
    In fatto di comunicazione hai poco da invidiare ai tuoi colleghi. Personalità e carattere sembra che non ti manchino.
    Bravo!

  4. Sully Says:

    Quasi sempre approvo quello che Bruno scrive; non in questo caso.
    Dire chiaro che per la prima volta gli autonomisti hanno accettato di portare voti al PD non è affatto politichese.
    Affermare che la politica del muro contro muro non porta da nessuna parte e sostenere che l’opposizione può dettare l’agenda del prossimo consiglio è tutt’altro che politichese.
    La Torre nelle interviste alla Stampa ed alla Raitre ha parlato politichese vero: cosa vuol dire: “il bene della Valle e dei Valdostani”?

  5. roberto mancini Says:

    In un scritto precedente il neo-segretario Centoz aveva individuato tre problemi che possono portare alla paralisi del Pd in Vda ( e che sono tipici della furbastra vita politica locale).
    Sono quelli che hanno pure massacrato la Sinistra:
    Massimalismo
    Particolarismo
    Consensualismo

    Analisi interessante, la prima applicazione per le europee mi sembra decente.
    Poi il nuovo gruppo dirigente renziano ha diritto ad un anno di luna di miele, dunque taccio.


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