Di che parla?


L’opinione di Enrico Martinet, oggi sulla Stampa, ha un titolo familiare: “Aosta e il coraggio di lanciare ciò che non c’è.”. Familiare perché dopo 20 anni di berlusconismo siamo avvezzi a questo tipo di sport: lanciare il niente. (Non ci vuole coraggio solo una gran faccia tosta!). La candidatura di Aosta a Capitale europea della Cultura, che il giornalista interpreta come un segnale eroico, ha lo stesso sapore di una promessa elettorale. La sempre stomachevole aria fritta. Come si può credere al niente? Come può la città intera sentirsi partecipe di una sfida se questa non esiste? Eggià, perché qualsiasi sfida presuppone una seppur minima percentuale di vincita, almeno con se stessi, altrimenti è fuffa. L’Utopia è un’altra cosa ancora. E’ un progetto ideale. Un modello a cui rivolgersi. La Valle d’Aosta non conosce Utopia, neppure una blanda progettazione quinquennale. Allora di cosa parla Martinet? Di quale segnale positivo quando nessuno degli operatori socio-economico-culturali è stato coinvolto nella stesura del programma, essendo la partecipazione una delle due colonne portanti della candidatura? Per Martinet le sane e doverose critiche rivolte all’amministrazione, sempre più avvilluppata in se stessa e sempre più incapace di dare concretezza a un progetto culturale identitario ed europeo, sono mugugni e denigrazioni quotidiane. Nessuno sfottò sulla città, nessuna risatina sulla candidatura, signor Martinet, ma rabbiosa presa di coscienza. Condizione essenziale questa, per sperare in una robusta rinascita. A Bolzano hanno ideato l’Innovation Festival che: “ Valorizza il profilo dell’Alto Adige come territorio autenticamente innovativo e ricco di tradizione che può essere un esempio da seguire in materia di sostenibilità ambientale. Inoltre il Festival darà risalto anche alla varietà culturale ed economica che caratterizza il territorio e che ispira l’innovazione di imprese, ricercatori e istituzioni.“. Altro che un paio di statuette distribuite nei “jolis coins” della città! Il confronto è necessario e inevitabile quindi, per favore, impariamo a riconoscere i nostri limiti culturali e magari cominciamo a copiare dai primi della classe!

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15 commenti su “Di che parla?”

  1. vetriolo Says:

    loro guardano alla luna, mica al dito … peccato che ci siano altri che guardano a marte e oltre …

  2. paolo fedi Says:

    Condivido pienamente. Mesi fa in consiglio comunale la minoranza aveva accolto positivamente questa candidatura ma aveva sollecitato l’apertura agli operatori, alla cittadinanza, a personalità della cultura, ecc. E invece niente. Solo un po’ di propaganda rivolta agli aostani elettori e qualche soldo buttato via senza alcuna speranza o fiducia di un risultato positivo. A 3 settimane dalla chiusura del dossier la mossa magica dello sponsor Navarro Valls….. Francamente la tirata di orecchie di Martinet suona incomprensibile. E non impedirà alla minoranza, a chiusura dei giochi, di rendere pubbliche le critiche su un’operazione solo abbozzata e ad esclusivo uso interno

  3. libero Says:

    A parte che ci sono delle frasi che non stanno in piedi e non se ne capisce il significato, sullo stile del giornalista peraltro.

  4. roberto mancini Says:

    Non voglio credere che polemizzasse con Patuasia.
    La puzzetta sotto il naso era distintiva della Stampa di una volta, oltrechè fuori luogo sarebbe fuori tempo.
    Speriamo.

  5. whales Says:

    Io amo Aosta. Ma l’unica cosa di cui mi rallegro in questa paradossale storia è che non ha assolutamente possibilità di vittoria. E’ un sollievo! Perché non deve vincere. Il giorno in cui una città provinciale ed isolata come Aosta diventerà capitale europea della cultura, allora la cultura sarà morta.
    Aosta non ha la statura per esserlo. Non solo per come è amministrata, ma soprattutto per dov’è, e per com’è. Aosta carrefour d’Europa: questo slogan è una baggianata colossale. Lasciamo stare la conta dei turisti, che arricchisce le nostre tasche ma non le nostre menti. Confiniamo con Francia e Svizzera, ma quante volte noi valdostani andiamo in là? E non parlo di chi si fionda a Chamonix per il dentista. Io sono una persona normale, media direi, e non posso permettermi di andare in Francia o in Svizzera se non molto di rado. E se ci vado è perché devo, in genere. Mi piacerebbe traversare il confine di continuo per assistere a concerti, visitare esposizioni, conoscere meglio i nostri vicini, lasciarmi contaminare dalla cultura altrui. Stesso discorso (e ancora più doloroso) per Torino, e Milano, e qualsiasi città oltre la frontiera di Carema. Voglio andare in treno? Allora devo tornare presto, perché i treni non ci sono la sera, e quindi mi posso scordare cinema, aperitivi, amicizie (perché si coltivano dopo l’orario di lavoro). Voglio andare in auto? Bene, ma ce l’ho almeno un cinquantone per la destinazione più vicina, benzina più autostrada? Ci hanno raccontato che le montagne uniscono i popoli. Certo, le montagne ci hanno reso simili agli altri montanari alpini, abbiamo sviluppato una cultura simile, per quanto peculiare, interessante antropologicamente. Ma ci manca l’aria, la possibilità di separarci dal nostro provincialismo inesorabile (se non emigriamo almeno un po’, propongo soggiorni obbligatori fuori Valle per i giovani). Da una cittadina piccola, ma in mezzo alla Toscana, o all’Emilia (ma anche altrove), in un’oretta o poco più di treno diretto si raggiungono tante città grandi, vere città d’arte. Guardate una cartina, puntate un dito ovunque e fate la prova. Lì le persone circolano, le idee anche. Una qualsiasi piccola cittadina immersa in un vero bagno di cultura potrebbe meritare di vincere, se i suoi cittadini (in primis) e amministratori sapessero cogliere l’occasione. Qui non circola niente, metaforicamente e letteralmente (penso ai fumi della Cogne). Però siamo intossicati di Valle d’Aosta. Ci hanno raccontato che siamo magnifici, ci autorappresentiamo in un modo esageratamente generoso. Siamo passati dall’ingiusta vergogna di essere montanari all’orgoglio eccessivo, esibito e senza pudore, che maschera malamente l’antico complesso di inferiorità. Manca la reale consapevolezza, impietosa ma salutare, dei propri mezzi. Mancano uno specchio, un vero confronto. Chi si loda s’imbroda, mi dicevano quando ero piccolo. Una via di mezzo sarebbe meglio, ci permetterebbe di crescere davvero, senza negare le origini. E noi valdostani, siamo degni di essere cittadini di una capitale europea della cultura? Le idee ce le ha mamma regione. I soldi ce li ha mamma regione. Il mondo là fuori è così lontano. Si sta tanto bene a casa. I nostri artisti, al loro meglio, rielaborano idee che fuori da qui andavano 10 anni fa. Perché in quest’angolo montuoso restano al palo, ed è un peccato. E li copriamo di applausi, perché non ne sappiamo più di loro, e abbiamo bisogno di farci belli. Da qui nasce la nostra candidatura. Ma chi è grande sa capire quando non è abbastanza grande.

  6. roberto mancini Says:

    Sig Whales,
    non la rallegrerà nè le cambierà la vita, ma le giunga il mio caldo, sentito, appassionato abbraccio ( in metafora…).
    Concordo con lei, persino nella scelta degli aggettivi. Ma come hanno fatto, degli isolazionisti autistici e provinciali, ad inventare la balla che loro sono un “carrefour”?
    Come chiamare il muro di Berlino “una porta sul mondo”….
    Il muro di Carema non è crollato, è dentro le teste, interiorizzato. Ci siamo giocato almeno due generazioni, la cui massima aspirazione culturale è cantare nella Clicca.

  7. paolo fedi Says:

    Sig. Whales, non sa quanto mi ha fatto piacere leggere il suo commento, realistico pacato e preciso. Condivido la riflessione sulla “Capitale della cultura” anche se una iniziativa del genere può avere come obiettivo non la vittoria – secondo me del tutto irrealistica – ma un inizio di valorizzazione delle cose buone che abbiamo, senza dover per forza sbrodolare in forzature. La discussione su questi temi è fondamentale per dare una impostazione diversa alle scelte della politica che ogni giorno ci scivolano addosso. Farei molto volentieri due chiacchiere con lei perchè sono convinto che riflessioni come le sue possano favorire tentativi di intervento in quelle che sono le sedi ufficiali della politica, i Consigli comunali (anche se sappiamo purtroppo che raramente sono però le sedi reali in cui si prendono le decisioni). Se non le interessasse prenda comunque questa mia come segno di riconoscimento per le sue parole.

  8. tagueule Says:

    Non sono completamente d’accordo con Whales (di cui condivido certamente l’amarezza) né con Paolo Fedi. Se parlassimo in generale non farei l’esempio che segue. Ma Aosta è un “particolare”. Tutto dipende dalla volontà. Per quanto riguarda le risorse, la Valle d’Aosta, in passato, avrebbe potuto organizzare 3 Mittelfest.

    Cividale del Friuli è un paese di 11 mila abitanti a 18 Km dal confine con la Slovenia. In valdostano volgare si direbbe: in culo ai lupi. Nel 2013 si è svolta la ventunesima edizione del Mittelfest “una delle più prestigiose vetrine di prosa, musica e danza dell’area Mitteleuropea e dell’ambito geopolitico che include Albania, Austria, Bielorussia, Bosnia-Erzegovina, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Ungheria, Italia, Macedonia, Moldova, Montenegro, Polonia, Romania, Serbia, Slovacchia, Slovenia, Ucraina (…) La tradizione della Mitteleuropa è rinata a Cividale dalle ceneri della Cortina di ferro per essere la vetrina di una cultura che da varie esperienze nazionali ha creato una nuova concezione del mondo, come capirono con lungimiranza proprio i governanti d’Italia, Austria, Jugoslavia e Ungheria che pochi giorni dopo la caduta del muro di Berlino crearono la cosiddetta Quadrangolare, che negli anni si è allargata a 19 nazioni del centro e dell’est Europa dando vita all’Ince-Cei, Iniziativa Centro Europea (…) Per oltre vent’anni il festival cividalese ha ospitato straordinari spettacoli e grandi protagonisti, italiani e internazionali: da Pina Bausch a Soeur Marie-Kairuz, da Mikhail Baryshnikov a Ramzi Aburedwan, Isabelle Huppert, Moni Ovadia, Giya Kancheli e Natalia Gutman, Luca Ronconi, Tomaz Pandur, Brad Meldhau, Stefano Bollani, Emil Kosturica, Lina Wertmuller, Adriana Asti, Richard Galliano solo per citare alcune delle presenze più recenti e dell’edizione 2013. Accanto a questi vanno ricordati i nomi degli scrittori, i drammaturghi e gli intellettuali che, a vario titolo, hanno partecipato negli anni alla realizzazione di Mittelfest, basti citare Vaclav Havel, George Tabori, Giorgio Pressburger, Claudio Magris, Carlo Ginzburg, Tadeusz Bradecky, Peter Esterhazy, Biljana Sbrljanovic, Peter Handke, Jerzy Stuhr e molti altri (…) A Mittelfest 2013, che sta ultimando in queste settimane il cartellone artistico della sua 22.ma edizione, andrà in scena anche un ulteriore evento in prima mondiale: si tratta dell’ultimo lavoro del noto regista sloveno Tomaž Pandur, il kolossal teatrale “Michelangelo”, che debutterà a Cividale in prima assoluta, frutto di una coproduzione che vede insieme il Teatro Nazionale di Zagabria, il Festival di Lubiana e Mittelfest.”

    Ecco di cosa si parla quando si dice “respiro europeo”. Imparate assessori, imparate.

  9. paolo fedi Says:

    @teguele.
    Le due cose si tengono insieme. Nel senso che la nostra Valle, con i soldi che ha avuto a disposizione avrebbe potuto essere sicuramente una Capitale europea (e forse potrebbe aspirare ancora adesso ad esserlo). Diverso è essere però LA Capitale europea. Io non sono certo un detrattore delle bellezze e della cultura della nostra regione, unica (come sono tutte uniche le regioni italiane) bella e ricca di tradizioni. Valorizzarle senza cercare di colorarle di inutili e dannosi micronazionalismi è un’opera importante perchè la consapevolezza della storia, delle tradizioni e del territorio è alla base di una comunità sana. Mete ambiziose come il concorso di cui stiamo parlando, se ben giocate, possono essere di stimolo a migliorarsi e crescere. Sempre che lo scopo non sia solo di propaganda autoreferenziale.

  10. patuasia Says:

    Signor whales, la taggo sul mio profilo di fb, chissà che un Paron e un Tranti non leggano.

  11. roberto mancini Says:

    Ecco l’elenco degli ospiti che hanno onorato della loro presenza, gratuita e volontaria , l’Espace Populaire.
    Ne è rimasta traccia alcuna ? No.
    Sul perché preferisco glissare, dovrei usare parole pesanti con la Sinistra.
    La più gentile sarebbe “stronzi- incapaci- masochisti”.

    ANNO 2005

    MILENA GABANELLI
    DAVID SASSOLI
    GIAN CARLO CASELLI
    MARCO TRAVAGLIO

    ANNO 2006

    OLIVIERO BEHA
    ITALO MORETTI
    TULLIO LEVI
    MASSIMO FINI
    RICCARDO IACONA
    PAOLO BARNARD
    GIULIETTO CHIESA
    FRANCESCA PACI
    PIERCAMILLO DAVIGO
    MONICA MAGGIONI
    padre GIULIO ALBANESE

    ANNO 2007

    DIEGO NOVELLI
    ELIO VELTRI
    FABIO MINI
    ANGELO D’ORSI
    MARCO TRAVAGLIO
    STEFANO DAMBRUOSO
    MASO NOTARIANNI
    GIANNI BARBACETTO
    PIETRO ICHINO
    GIORGIO CREMASCHI
    ANDREA RISCASSI
    MARCO TRAVAGLIO
    GHERARDO COLOMBO
    BRUNO TINTI
    BEPPE SCIENZA
    BEATRICE BORROMEO

    ANNO 2008

    GHERARDO COLOMBO
    FRANCESCA SFORZA
    LILLI GRUBER
    SANDRO RUOTOLO
    CLAUDIO LAZZARO
    LUIGI DE MAGISTRIS
    ANNACHIARA MORO
    MASSIMO MARTINELLI

    ANNO 2009

    ALESSANDRO ROBECCHI
    LUIGI BETTAZZI
    MARCO BERSANI
    ANTONIO DI PIETRO
    LUCIANA LITTIZZETTO
    TARIQ RAMADAN
    don ANDREA GALLO
    SIMONE ALIPRANDI
    CLEMENTINA FORLEO
    VLADIMIR LUXURIA
    MIMMO CANDITO
    LUIGI DE MAGISTRIS
    DIEGO NOVELLI
    GIANNI VATTIMO
    LIVIA TURCO
    VITTORIO ARRIGONI

    ANNO 2010

    SALVO ANZALDI
    MARILDE PROVERA
    ALBERTO BURGIO
    GIOVANNI GALEAZZI
    GHERARDO COLOMBO
    GIANNI BARBACETTO
    UGO BORGA
    FRANCESCO FORGIONE

  12. patuasia Says:

    E’ la chiusura, signor Mancini, che è eletta a sistema.

  13. alexandre glarey Says:

    visti tutt* assieme fanno il loro effetto. Del resto, è stato solo grazie ad un impegno considerevole – in primis di Roberto, ma non solo – se tale risultato è stato raggiunto dall’Espace.

    E nell’elenco mancano gli incontri post 2010: wu ming, Livio Pepino, Marco Bersani e molti altri…

    Però, anch’io, mi sono spesso chiesto cosa sia rimasto di tale lavoro.
    Ai valdostani, ammaestrati da anni di saison, interessa poco la discussione fuori dagli schemi ordinari. E poi, come si fa a sentire quei relatori e poi a votare sti delinquenti e/o mentecatti ?

    Noi dell’Espace non ci arrendiamo e, nella speranza che qualche seme germogli, continueremo ad animare il dibattito (roberto preparati, che vengo a romperti le scatole…).

    Certo che fa sorridere (amaro) pensare a quello che abbiamo fatto, con una percentuale infima delle risorse che la regione dilapida per le sue rassegne.

    buone resistenze

  14. roberto mancini Says:

    Alexandre;
    Mettessimo su Fb le foto di tutti i nostri ospiti, saremmo il locale Arci più famoso d’Italia.
    Siamo in grado di farlo, oppure le preziose foto sono in cassaforte a Fort Xnox?
    Sento in lontananza che nel mio cuore rullano cupi tamburi di guerra….

  15. Fausta B. Says:

    Chapeau all’Espace populaire!


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