La ‘ndrangheta made VdA (13° parte)


Il patrimonio occulto della famiglia Nirta. Così recita il decreto di confisca del Tribunale di Aosta:

In ordine alla scoperta di un ingente patrimonio occulto riferibile al proposto ( Giuseppe Nirta, ndr) , la Procura della Repubblica ha innanzitutto fornito compiuta prova dell’assoluta sproporzione dello stesso rispetto ai redditi leciti prodotti dal Nirta e dal suo nucleo famigliare. I genitori, Nirta Antonio e Teresa Argirò, emigrano negli anni ’50 dalla Calabria per giungere in Valle d’Aosta; il padre svolge per lunghi anni il lavoro di minatore contraendo la silicosi, che lo costringerà in seguito al ritiro dall’attività lavorativa, mentre la madre trova impiego come bracciante agricola, per taluni periodi anche in Svizzera. Lo stesso Nirta Giuseppe pare avere svolto negli anni solo piccoli lavori di imbiancatura, per lo più affidatigli da privati”.
L’immagine pubblica fornita da Giuseppe Nirta non corrisponde a verità. “Quanto poi alla presunta laboriosità del proposto, essa risulta smentita dalle dichiarazioni dei redditi dello stesso, che evidenziano entrate di modestissima entità e, in alcuni anni, anche inesistenti. Dalla documentazione prodotta dalla difesa può escludersi che il Nirta abbia partecipato a gare di appalto pubbliche di una certa rilevanza: la difesa ha infatti prodotto documentazione della Regione Autonoma Valle d’Aosta da cui si evince che in due occasioni (nel 1991 e 1992) la ditta individuale del proposto ottiene in subappalto piccoli lavori di tinteggiatura e che in tre occasioni (nel 2000 e 2002) partecipa a gare di appalto. Risulta poi accertato, dagli accertamenti svolti dalla Procura della Repubblica, che il Nirta effettuasse lavori per lo più in collaborazione con terzi. Le risultanze delle indagini svolte negli anni sul conto del proposto danno un quadro totalmente differente da quello dell’onesto lavoratore e del forte risparmiatore.

E’ un fatto che ogni qual volta, nel corso degli anni, gli organi inquirenti hanno svolto attività di osservazione sul Nirta, egli venga colto all’atto di frequentare pregiudicati e di compiere con essi traffici delittuosi e non nello svolgimento di onesti lavori.”

Conclusione: il deposito bancario in Svizzera della signora Nirta non ha spiegazioni plausibili. Così la sentenza:

“Per queste ragioni non trova alcuna spiegazione plausibile, se non nell‘accumulazione di ingenti proventi da attività illecite, la circostanza che il 25 novembre 1993 la signora Argirò ( mamma di Giuseppe Nirta, ndr) apra la relazione bancaria XX90-0 presso Credit Suisse di Fribourg (CH) in cui viene versata la somma iniziale di 1.234.304 franchi svizzeri.
Nello stesso anno, a nome Mandarino Francesca (moglie di Giuseppe Nirta, ndr), venne aperta altra relazione bancaria, la XX421, presso la UBS di Martigny. (roberto mancini)

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