La ‘ndrangheta made VdA (8° puntata)


Salta fuori l’Operazione Lenzuolo del 1999.
Dalla lettura delle motivazioni della sentenza Tempus venit, emerge una notizia clamorosa: già tre pentiti di ndrangheta , alla fine degli anni 90, avevano rivelato la presenza di un’organizzazione ndranghetista in Vda. Si tratta di Francesco Fonti, Salvatore Caruso e Annunziato Raso. Ecco le loro dichiarazioni.
Francesco Fonti:sono arrivato a Torino nell’anno 1971 e da subito, ho saputo che in Valle d’Aosta vi era un Locale
attivo. (
Il “Locale” è la struttura di base della ‘ndrangheta che sorge in un determinato paese, allorché si supera il numero minimo di 49 affiliati a qualunque “copiata” a cui appartengono (per copiata si intende il nome di uno dei responsabili del Locale a cui i picciotti fanno riferimento. Tale nominativo viene comunicato all’affiliato dopo la cerimonia di affiliazione  detto battesimo). Allorquando si forma un Locale si deve dare notizia alla “mamma” di San Luca, da dove viene inviato un rappresentante il quale organizza la riunione del Locale alla presenza di tutti gli affiliati di quel paese. Nel corso della riunione viene nominato il Capo Bastone, il Contabile ed il Crimine ndr).
Continua Fonti: “Responsabile del Locale di Aosta era tale Pansera Santo (deceduto ad Aosta il 2 Aprile 2003 per cause naturali, ndr), proprietario di un autolavaggio in Aosta e da noi ‘ndranghetisti veniva identificato come “Compare Santo»; dal Locale di Aosta dipendeva a sua volta il sottolocale di Ivrea. Questo sottolocale era gestito dalla famiglia Forgione; Fonti riferiva inoltre: “…l’attività principale del locale di Aosta  erano le estorsioni a imprenditori e la droga”.

Salvatore Caruso: “ per che ne so io, già dall’88 di sicuro, perché ero in carcere in Valle d’Aosta e già lì mi avevano detto che attivavano, perché c’erano degli ‘ndranghetisti calabresi a Brissogne e hanno detto che attivavano lì ad Aosta”.
Il termine “attivare” significa operare, essere operativi.

 Annunziato Raso: non so se effettivamente in Valle d’Aosta sia attivo un Locale della ‘ndrangheta, ma comunque essendoci in Valle una forte comunità calabrese, è sicuramente probabile che esistano delle persone referenti della ‘ndrangheta per la Calabria. Infatti è sicuramente improbabile che qualsiasi comunità calabrese, intesa come criminale, tronchi i collegamenti con la terra d’origine. Infatti tanto più sono ampie le conoscenze e le amicizie, per qualunque Capo, tanto più ampio è il suo potere”.

Per queste ragioni a partire dal mese di novembre 1999 il Nucleo Investigativo del Reparto Operativo dei CC della Valle d’Aosta eseguiva  indagini per  verificare l’esistenza di un “Locale” della ‘ndrangheta operante in Valle d’Aosta. I rapporti degli inquirenti avevano consentito di ipotizzare con una certa sicurezza che la famiglia della ‘ndrangheta egemone in Valle d’Aosta era quella dei Facchineri, che contava sulla presenza di parenti e sicuri fiancheggiatori residenti in Valle dAosta da molti anni e quindi ben inseriti nella comunità valdostana. Al termine dell’inchiesta giudiziaria, denominata “Lenzuolo”, venivano deferite 16 persone perché ritenute responsabili di aver creato in Valle d’Aosta un’associazione per delinquere di stampo mafioso con le caratteristiche gerarchiche tipiche dell’organizzazione criminale calabrese. L’indagine veniva svolta dal pm Francesco Mollace, della DDA di Reggio Calabria. La competenza della procura calabrese derivava dalla convinzione che la struttura criminale, per le sue caratteristiche di “Locale di servizio”  fosse una promanazione delle cosche operanti in Calabria. Il G.I.P di Reggio Calabria tuttavia si dichiarava non competente, trasferendo il procedimento Penale alla Procura della Repubblica di Torino , presso la DDA (Direzione Distrettuale Antimafia).
Il GIP del Tribunale di Torino disponeva però l’archiviazione dell’indagine, non ritenendo  provato il reato-fine dell’associazione.

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7 commenti su “La ‘ndrangheta made VdA (8° puntata)”

  1. Guido Di Vita Says:

    La “copiata” di un locale in realtà indica tre figure precise: il Capo Società (o Capo-locale), il Contabile ed il Capo crimine. Questi incarichi non devono essere confusi con le “doti”, che vanno dalla più bassa – picciotto – alla più alta, Padrino o Quintino (anche se l’Operazione Crimine ne ha individuate forse di più elevate)

  2. roberto mancini Says:

    Guido ti ringrazio della collaborazione, apprezzo molto.Grazie.

  3. roberto mancini Says:

    Tra gli indagati dell'”Operazione Lenzuolo” del 199, tre nomi da ritenere:
    Vincenzo Raso.
    E’ il il figlio di “Micu Zuccaro” , è dipendente della Edilsud di Tropiano, quello che abbiamo visto nel 2011 all’opera con Paglialonga.
    E’ uno dei fratelli che , dice la sentenza “Tempus Venit”, realizzano la “guardianìa” nei confronti degli estorsori Facchineri.
    Forse ( forse!) pagandola carissima con l’omicidio in Calabria del fratello Salvatore.
    Non a caso infatti, al momento dell’arresto, Vincenzo è armato e con un giubbotto anti-proiettile.
    Francesco Raso di St Vincent ( ora deceduto) solo omonimo dei precedenti Raso, storica figura di socialista, da 20 anni nel direttivo del Psi.
    Santo Pansera;
    Nel 2003, al suo funerale ad Aosta, partecipa il sindaco Guido Grimod.
    Un atteggiamento strano da parte di un dirigente e miltante unionista , noto per la radicata credenza che la Campania inizi a Montjovet….

  4. Guido Di Vita Says:

    Roberto, è Michele, fratello di Vincenzo e Salvatore, che al momento dell’arresto viene trovato con giubbetto antiproiettile e pistola

  5. roberto mancini Says:

    Chiedo scusa dell’errore: Michele, autotrasportatore sulla rotta Rc-Aosta.

  6. Ste Says:

    Ciao Roby, mi chiedevo, visto che sei tra i fondatori di Libera, perchè non parli di questi gravissimi fatti su Lavocelibera?

  7. roberto mancini Says:

    Ste@
    Diciamo così, in linguaggio democristiano tipico di Casini:
    statisticamente tra i circa 10 soci fondatori di Libera-Vda, si è verificato un turn-over degno del programma di Crozza/Briatore , quando seleziona manager.
    Una morìa al top, di dimensioni inusitate.
    Son rotolate più teste che tra i montagnardi di Robespierre, che pure era di mano lesta e pesante.
    Direi troppe.
    Persino il vicario generale della diocesi, individuo piuttosto distante dal giacobinismo, ha ritenuto di andarsene.
    Per usare un linguaggio pubblicitario, la questione si riassume così:
    Libera incarna un ottimo marchio, localmente rappresentato da una testimonial la cui mediocre capacità culturale, relazionale ed organizzativa è inversamente proporzionale ad una smisurata ambizione.
    Tali metodi caporaleschi di gestione probabilmente sono avallati da un’organizzazione torinese ( e forse nazionale…) ad eccessivo tasso carismatico e messianico.
    Non praticavo il culto della personalità negli anni della giovinezza, quando mi imbattevo in giganti.
    Figurarsi ora che sono anziano, e mi si propongono nani.
    Questi sono tempi cupi, che da noi esigono comportamenti rigorosi:
    Ci si qualifica non tanto in base a chi si frequenta, quanto piuttosto a chi si evita.
    Nel caso della referente regionale di Libera -Vda, dr.essa Marika De Maria, la seconda…..


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