La ‘ndrangheta made VdA (5° puntata)


Il giudice estensore della sentenza, la dottoressa Federica Bompieri, si pone alcune riflessioni, spesso trascurate dai resoconti giornalistici, ma  invece fondamentali per conoscere e capire i fatti.

La prima è relativa alla contiguità tra vittime e criminali accomunati dalla stessa mentalità, dalla stessa cultura dell’illegalità.
“E’ chiaro che i termini della vicenda – scrive il magistrato – sono ben lontani da quelli soliti e comuni dell’estorsione e non tanto perché in gioco c’è un appalto milionario in una regione particolarmente ricca, quanto per il contesto in cui il fatto accade, il tipo di mentalità che accomuna colpevoli e vittime che deriva dalla provenienza dalla medesima terra di origine con delicati equilibri da mantenere, protezioni da affermare, amicizie da consolidare, sfere di competenza da rispettare o gerarchie eventualmente da contestare con interessi non solo ed esclusivamente economici da perseguire.”.
Estorsioni peculiari dunque, ossia di tipo mafioso. Il primo quesito che si pone il giudice è questo: chi sono i colpevoli e chi sono le vittime? Che rapporto esiste tra colpevoli e vittime? E soprattutto la differenza tra colpevoli e vittime è così netta?
Nulla di quanto emerge dagli atti consente di ritenere che i Raso (incaricati dai Tropiano della mediazione con gli estorsori) abbiano agito nell’esclusivo interesse delle vittime, così come di regola avviene nell’ambito di una normale estorsione, già per il fatto che le stesse vittime non sono solo vittime sprovvedute e spaventate, ma persone che conoscono questo tipo di richieste e sanno come vanno affrontate innanzitutto con riferimento a chi fare intervenire nella trattativa e a quali regole minime dovrebbero essere rispettate. I Raso sono intervenuti per tutelare i Tropiano nel senso di impedire che gli estorsori potessero ottenere quello che volevano come volevano. I Raso dovevano dunque mantenere saldo il loro ruolo storico di guardiania nei confronti dei Tropiano” . E’ proprio su questo concetto di guardianìa gli atti del processo sono illuminanti. Ricostruiamo una prima vicenda da essi narrata.

Primo episodio aostano:  a Raso Vincenzo (che è dipendente Edilsud, ossia di Tropiano) viene richiesto dal suo datore di lavoro di intervenire per interrompere un conflitto territoriale con minacce nei confronti di un certo Daniele Paglialonga, venditore ambulante di frutta che sistema i suoi autocarri nei dintorni di Aosta. Paglialonga trova uno dei suoi autocarri, vicino a Plan Felinaz, ammaccato, specchi rotti e il solito avvertimento: un accendino depositato sul serbatoio della benzina. Dopo queste minacce, Paglialonga entra in contatto con due elementi, Peppino Pepé e Santino Mammoliti, entrambi residenti in Valle, che gli intimano di togliere il suo camion dalla zona. Paglialonga a questo punto chiama Giuseppe Tropiano e gli chiede aiuto per mettere fine a queste pressioni e lavorare in pace. Ecco il testo di un’intercettazione:

Paglialonga: “C’è una questione a Pont Suaz con un signore calabrese che è un paesano tuo. Gli dici te come bisogna comportarsi? Non ti volevo mai disturbare, però non lo so come comportarmi, sinceramente non lo so proprio, casomai sbaglio”.

Tropiano: “Se vuoi dirgli: guarda io per adesso ho parlato con un amico che conosco, poi sentirà se devo spostarmi mi sposto. Tu digli: per oggi io sto qua, domani poi vediamo. Io come torno su, pomeriggio, vedo un attimino di sentire, di scambiare due parole con una persona che conosco. Se puo fare qualcosa te lo dico. Tu gli fai così, tu gli dici: guarda, per oggi sto qua, se mi devo spostare mi sposto, perché veramente non mi va quello che tu dici. Però se lo devo fare lo deve dire qualcun altro, ok? Lo deve dire qualcun’altro”. 

Paglialonga: “Sì ho capito, ho capito.”

Tropiano: “La persona che dico…è, io non è che riesco a muovermi più di tanto, però voglio parlare con una persona che è molto vicina a questi che mi hai detto tu e ti dico se questi ti dicono Daniele ti devi spostare, ti sposti, sennò trovati una soluzione. Questo amico, vedrai che le cose si sistemano”.

Dopo mezz’ora Tropiano chiama Paglialonga e gli conferma: “Daniele ascolta, Daniele ascolta, chiama il tuo operaio, gli dici di non muovere il camion di dov’è. Allora adesso digli che arriva Vincenzo Raso, un amico, ho parlato io, e gli spiega tutto come stanno andando le cose, poi ci pensa lui. Daniele, chiama il tuo operaio e gli dici che adesso viene Vincenzo Raso… E’ una persona che le cose le sistema”. 

Dunque Giuseppe Tropiano dice subito a Paglialonga i passi da fare: non muovere il camion e riferire a chi lo sta importunando che ha parlato con lui e che sta arrivando per dirimere la questione Vincenzo Raso (dipendente dello stesso Tropiano alla Edilsud). Insiste e raccomanda di nominare esplicitamente Vincenzo Raso di cui è evidentemente nota l’appartenenza ad un livello criminale più alto. Tropiano sa benissimo l’influenza che il nome Raso ha in un certo ambiente. Gli investigatori constateranno e filmeranno, neanche un’ora dopo il colloquio tra Raso e Paglialonga, l’arrivo nel parcheggio del camion di Vincenzo Raso, venuto a mettere le cose a posto.
Dunque c’è una gerarchia riconosciuta, il cui compito è assegnare il territorio: Però se lo devo fare lo deve dire qualcun altro, ok? Lo deve dire qualcun’altro”. 

Il secondo episodio aostano in cui i Raso esplicano una funzione di guardianìa nei confronti degli interessi dei Tropiano avviene durante una lite giudiziaria di questi ultimi con gli aostani fratelli Mammoliti. In un’intercettazione tra i Tropiano, Giuseppe ammette apertamente con i suoi fratelli che può chiedere la protezione dei Raso…

Tropiano…. “tanto a Turi (Salvatore Raso, ndr ) qualche volta lo pago….”.

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24 commenti su “La ‘ndrangheta made VdA (5° puntata)”

  1. roberto mancini Says:

    Vedo che l’elezione del presidente della Repubblica distoglie molti lettori dai commenti.
    Speriamo non sia un attacco di leggendario coraggio montanaro….

  2. Bisker One Says:

    Strano, mi aspettavo la sbrodolata dell’Avvocato Del Diavolo dei post precedenti.

  3. Nemo Says:

    @roberto mancini Stavo pensando la stessa cosa. Sarebbe davvero un brutto segnale…

  4. giancarlo borluzzi Says:

    Condivido il disappunto di bobmancini.

    Per quanto mi riguarda, volevo ora intervenire nel post del 6 aprile riguardante LeALI per annunciare che sono state rilevate oggi ben più di mille firme.

    Non è altro versante rispetto a quello dell’humus qui prevalente perché LeALI è critico verso uno strano alleato dell’UV, il PdL nostrano che ha sciorinato verso gli aficionados di LeALI la prepotenza, l’incapacità politica e la conseguente non volontà di analizzare come calare i principi liberali del PdL nella realtà valdostana.
    Ma i miei commenti vengono pubblicati quando ormai non ne compare più la notizia a destra, per cui mi pare inutile scrivere: ogni riferimento al mio commento fantasma numero 7 del post del 6 aprile è chiaro.

  5. roberto mancini Says:

    Esegesi delle motivazioni della sentenza:
    Aosta, 2011 ( o 2012?).
    Se un ambulante di frutta riceve minacce perché qualcuno non lo vuole a lavorare in quel posto (probabilmente una piazzola del pont Suaz), mica va dai carabinieri o dai vigili urbani del Comune.
    Telefona al sig Tropiano per sapere “come comportarsi ” e chiede scusa “magari sbaglio”.
    Il sig Tropiano lo rimanda ad un autorità superiore, di cui invita a fare chiaramente il nome, in maniera che gli avversari di Paglialonga sappiano chi se ne occupa :” viene Vincenzo Raso… E’ una persona che le cose le sistema”.
    Paglialonga intanto non prenda iniziative, dica che è in attesa di chi comanda:
    ” se lo devo fare lo deve dire qualcun altro, ok? Lo deve dire qualcun’altro”.
    Impressionante.
    Chiarissimo.
    Evidente.
    Pont Suaz, Calabria.

  6. Nemo Says:

    Per l’Avvocato del Diavolo è normale rivolgersi ad “autorità superiori” invece che ai Carabinieri. Siamo noi che non capiamo. Elementare Watson, elementare…

  7. andre Says:

    sì forse si è distratti… comunque mi fa rabbrividire,certe cose sembrano sempre cosí lontane, poi ti accorgi che vicino a casa… conosco gente che ha dovuto chiamare un’importante ditta calabrese per farsi passare il progetto in comune, il problema é che i clienti non sono calabresi… sempre di piccioli si parla!

  8. roberto mancini Says:

    André
    Cominciamo a raccontarle queste perle.
    Coi dovuti modi, si può.

  9. Pat Says:

    Le sto leggendo con molto interesse e rimango francamente senza parole (un piccolo commento l’ho fatto nel post precedente).
    Complimenti a Roberto Mancini e a Patuasia che fanno un degno approfondimento che nei media tradizionali non ho visto.

  10. alexandre glarey Says:

    A Roberto che ha buona memoria, chiedo se può rammentarci il ruolo di Raso nella storia della VdA di questi ultimi anni. Questa infatti non è la prima volta che il suo nome esce fuori.

    D’altra parte, di questi tempi, è normale “distrarsi” per quello che avviene a Roma.

    Beccatevi, quindi, questo off topic:

    http://www.change.org/it/petizioni/vogliamo-stefano-rodot%C3%A0-presidente-della-repubblica

    buone resistenze a tutt*

  11. Pat Says:

    Tanto per concludere quanto detto sopra.

    Ho preso il primo giornale locale on line che esce cercando “Tempus venit” si google.

    http://www.valledaostaglocal.it/2013/03/25/leggi-notizia/argomenti/cronaca-4/articolo/ndrangheta-processo-tempus-venit-forti-sospetti-presenza-in-valle.html#.UXGcDNfv1As

    Li, al contrario di Mancini, mettono in evidenza le parti della sentenza che affermanocome “non puo’ dirsi processualmente dimostrato che in Valle d’Aosta sia attivo un locale di ‘ndrangheta”.

    Un esempio di come si può tentare di manipolare l’informazione.

    Nessuno ha il testo integrale della sentenza? Sarebbe utile pubblicarla integralmente sul web.

  12. roberto mancini Says:

    Pat,
    Grazie della stima.
    Cercheremo di mettere sul web l’intera sentenza, sono circa 200 pagine.
    Le cito la parte di sentenza della dr.essa Bompieri che, secondo alcuni ottimisti colleghi di provata valdostanità, dimostrerebbe l’estraneità valligiana alla ndrangheta:
    “Ulteriore vulnus alla prospettazione accusatoria è l’impossibilità, oggi, di acclarare processualmente la presenza, in Valle d’Aosta, di una ramificazione locale, stabile, della ‘ndrangheta.
    Vi sono elementi che ne fanno fortemente sospettare l’esistenza; ma non si tratta di elementi caratterizzati da gravità, precisione e concordanza ai sensi e per gli effetti dell’art.192 cpp.”
    A mio avviso non si dice affatto che la ndrangheta non esiste in Vda:
    la parola chiave è “stabile”.
    Non ci sono le prove di un’organizzazione mafiosa stabile, ma si nutrono forti sospetti in proposito. Visto però che la sentenza “Tempus venit” condanna un ‘estorsione di tipo mafioso, magari è lecito pensare un’organizzazione stagionale.
    Una ndrangheta che va e viene, come il turismo estivo e l’arrivo delle rondini…
    In proposito, se avrà la bontà di attendere alcune puntate, parleremo di un’indagine del passato basata sulle dichiarazioni di tre pentiti.
    Alexandre@
    Quanto prima, forse domani, cercherò di rispondere al tuo quesito.

  13. roberto mancini Says:

    Alexandre@

    I fratelli Raso, figli di Domenico detto “Micu Zuccaro”, sono quattro:
    Giuseppe , Michele, di professione autotrasportatore sulla rotta Rc-Ao, Vincenzo (dipendente della Edilsud di Giuseppe Tropiano) e Salvatore.
    Quest’ultimo, come risulta dagli atti, venne assassinato il 17 settembre 2011 a san Giorgio Morgeto in contrada sant’ Eusebio.
    “ Il cadavere veniva rinvenuto da Giuseppe Raso, fratello della vittima alle ore 07.25. Il decesso veniva fatto risalire alle prime ore dello stesso giorno o alla tarda serata precedente. Il cadavere si presentava attinto da numerosi colpi a pallettoni sparati da arma a canna liscia, di cui uno al volto.
    Sul luogo del delitto, i militari della Compagnia Carabinieri di Taurianova, intervenuti per le indagini ed i rilievi, rinvenivano materiale balistico costituito da n. 10 bossoli calibro 12 relativi alle munizioni a pallettoni utilizzate per l’omicidio, oltre ad altre componenti costituite da pallettoni e borre.
    Ad opera dei militari di Taurianova, veniva anche eseguita una perquisizione presso l’abitazione della vittima, durante la quale era rinvenuto e sequestrato un manuale di 21 pagine, contenente la descrizione di alcuni riti di affiliazione alla ’ndrangheta, dal titolo: “i codici sociali minore, maggiore e criminale”.

    Il padre Domenico, ora deceduto, “ è stato coinvolto in varie vicende giudiziarie e sottoposto ad indagini per vari reati e, soprattutto, nel procedimento penale della D.D.A. di Reggio Calabria a carico del noto latitante Luigi Facchineri per il delitto di associazione di tipo mafioso in relazione al quale è stato colpito da ordinanza di custodia cautelare in carcere.”
    Quanto ai figli, prosegue il rapporto:
    “Anche i figli Vincenzo, Michele e Salvatore sono indicati dai militari dell’Arma di San Giorgio Morgeto quali persone inserite nella cosca Facchineri.”

    Il 31 gennaio 1981
    ad Aosta viene ucciso a colpi di pistola Francesco Manti, pregiudicato originario della provincia di Reggio Calabria,
    L’omicidio, maturato in un ambiente prettamente calabrese, si è verificato all’interno del bar Enal gestito da Rosina Mittiga, ove la vittima si trovava in compagnia di Vincenzo Raso e Giorgio Sorbara oltre che di Giuseppe Agostino e di Giorgio Raso.
    Lo sparatore responsabile dell’omicidio, poco dopo arrestato, è Giovanni Zurzolo, che sarà poi condannato il 1 marzo 1983 dalla corte d’Assise d’Appello di Torino a soli 13 anni di reclusione, poiché il delitto risulterebbe causato da una lite con la vittima.
    In quell’occasione comunque tutti gli individui presenti alla scena del delitto, Vincenzo Raso, nonché Giuseppe Agostino, Rosina Mittiga e Aldo Costante (quest’ultimo amico e accompagnatore dell’ucciso) vengono arrestati per favoreggiamento personale, avendo rilasciato agli inquirenti dichiarazioni menzognere e fuorvianti, a riprova del clima omertoso che regna in quell’ambiente (il Raso, l’Agostino e il Costante saranno per ciò condannati).

    Quanto al fratello Michele, così recitano gli atti:
    “nel 1985 denunciato in stato di libertà per omicidio doloso e per associazione di stampo mafioso, sino all’avvento della nuova cosca operante nel territorio di San Giorgio Morgeto cioè quella Facchineri , era inserito a pieno titolo nella cosca Furfaro, con a capo Antonio Furfaro, assassinato nel 1991.

  14. alexandre glarey Says:

    grazie roberto ! La tua memoria non delude.

    Su quanto sta accadendo a Roma non commento più. Alla fine la partitocrazia è andata dove voleva: verso il peggiore consociativismo.
    Peggio di così, il gruppo dirigente del Pd, non poteva fare.
    Si salva solo SEL e – e mi è un pò difficile ammetterlo – il Movimento cinque Stelle.

  15. Chidicoio Says:

    Per l’Avvocato del Diavolo è normale rivolgersi ad “autorità superiori” invece che ai Carabinieri. Siamo noi che non capiamo. Elementare Watson, elementare…

    Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire 🙂 ma, per fortuna il mondo non è fatto di soli complottisti.

  16. cesara pavone Says:

    Ripeto qui quanto ho scritto su facebook:
    Dopo aver letto il primo post, non credendo ai miei occhi, ho chiesto a Bob Mancini se la lettera fosse una sua invenzione o se fosse davvero vera . Mi ha risposto che non é frutto della sua fantasia ma sta AGLI ATTI (giudiziari) così come tutte le successive pubblicate in qs settimana.
    Mi sono resa improvvisamente conto che probabilmente mi ero anch’io fatta guastare da un’informazione fatta solo di titoli, battute, sondaggi e comparsate da Amici & Co., informazione frettolosa e superficiale che, en passant, disabitua alla letture lunghe.
    Mancini in un suo commento alla quinta puntata, scrive: “Vedo che l’elezione del presidente della Repubblica distoglie molti lettori dai commenti.
    Speriamo non sia un attacco di leggendario coraggio montanaro….”
    Ora mi vien da dire che in effetti quanto sta avvenendo a livello nazionale con l’elezione del Presidente della Repubblica dreni molto del tempo “social net” dei lettori e/o commentatori abituali e qs potrebbe spiegarne l’evidente latitanza….. quanto al coraggio montanaro, ripeto qui quanto già scritto al post di Patuasia che ne annunciava la pubblicazione:
    “Come ha già detto con più autorevolezza di me, Bruno Courthoud, purtroppo non tutti i valdostani hanno sviluppato gli anticorpi necessari per potersi difendere dal potentissimo virus ‘ndranghetino. Un virus subdolo che, come ogni virus che si rispetti, si maschera ed attrae la preda col profumo dei soldi, tutti e subito e pace amen se sono maledetti e frutto di un patto col diavolo di turno che ha maschere sempre attrattive.
    Devo tuttavia aggiungere che se ci sono persone senza anticorpi ce ne sono purtroppo che gli anticorpi ce li hanno eccome, ma “se ne fottono” di qs attacco virale e, se non sono della partita, sono conniventi al pari degli infami.”
    Aggiungo che mi dispiace molto che il tema non sia tra i più trattati dai partiti valdostani eppure basterebbe avere orecchie ed occhi attenti per constatare che alcuni cambiamenti nel tessuto sociae, in particolare la cessione di buon numero di attività commenrciali di vario genere, negozi, bar, ristoranti, pizzerie, dovrebbero metterci tutti in allerta.

  17. roberto mancini Says:

    La responsabilità politica di aver abbassato le difese della società valdostana verso i crimini mafiosi è della sub cultura identitaria dell’Union.
    Per decenni la loro ossessiva propaganda, finanziata con i soldi pubblici del Minculpop scolastico della Vierin-family, ha imposto il concetto della cittadinanza basata sull’ identità etnico- linguistica. Sei cittadino a pieno titolo non se sei onesto e non rubi, ma solo se parli patois e puzzi di mucche.
    Non conta il tuo comportamento di fronte alla legge, ma la lingua che parli.
    Questa “kulture” è divenuta egemone.
    Secondo:
    per distruggere ogni sentimento di italianità e di patriottismo italiano, il Minculpop rossonero ha finanziato feste etniche e regionali di ogni tipo:
    sardi, catalani, baschi, calabresi.
    Così questi ultimi si sono aggregati, scoprendo di essere una potente lobby elettorale.
    Adesso come far dimenticare loro la “tradition culturelle” della ndrangheta? Suonandogl l’organetto dei Trouveurs?

  18. giancarlo borluzzi Says:

    Condivido al 100% il giudizio bobmanciniano sulla Vierin-family.

    Mi risulta invece incomprensibile il fatto che gran parte dei frequentatori del blog la pensino allo stesso modo, ma poi siano orientati a votare la terna Alpe/PD/UVP ben sapendo che, in caso di suo successo, sarebbe proprio Laurent un indiziato a divenire presidente della regione.

  19. Chidicoio Says:

    Il mondo è grande, ma sul serio, è enorme… Perchè voler vivere per forza tra sti magnapolenta mafiosi? Che brutto mondo…

  20. gentelibera Says:

    Cara/o Pat, se avesse letto con attenzione tutto l’articolo di valledaostaglocal avrebbe notato la firma: ANSA-RAVA,ovvero quell’agenzia Ansa pagata 250mila euro dalla regione per dire che tutto va bene in Valle. Il giornale ha preso una notizia ansa tel-quel, e l’ha messa in rete forse senza neanche leggere cosa c’era scritto. grave errore, perchè l’Ansa regionale è un manipolatore di notizie senza pari. Per contro devo dire che altri articoli pubblicati dalla stessa testata sull’argomento tempus venit sono di tutt’altro tenore, ma sono autonomi e non ripresi dall’ansa di mamma regione.

  21. notte Says:

    “la “tradition culturelle” della ndrangheta?” per i calabresi,la “tradition culturelle” della camorra per i napoletani,la “tradition culturelle” della mafia per i siciliani,la “tradition culturelle” della sacra corona unita per i pugliesi,la “tradition culturelle” del uv (in tutte le sue desinenze) dei valdostani.mancini non confonda le tradizioni culturali con la malavita,sarebbe un brutto errore.

  22. roberto mancini Says:

    Sig Notte;
    Mi sono spiegato male:
    Ho detto che quando si insiste sul concetto ideologico che la cittadinanza è solo un fatto linguistico, si finisce per trascurare altri aspetti.
    La lingua, nel concetto di cittadinanza/appartenenza ad una comunità, per me è la parte meno fondamentale.
    Direi quasi irrilevante.
    E’ la forma esteriore, non la sostanza.
    Paghi le tasse, osservi la legge, non parcheggi in terza fila, non meni la moglie e parli arabo?
    Per me sei un ottimo italiano.
    Parli romanesco, canti la Traviata, tifi Milan ma evadi, spacci e incendi capannoni per il boss?
    La cittadinanza italiana non la meriti.
    Guai a stabilre l’equazione qui egemone:
    parla italiano= buon italiano,
    parla patois = buon valdostano.
    La questione è più complicata.

  23. Chidicoio Says:

    Ma è ben più complessa della sua sintesi. Lei ha descritto il buon cittadino, non il buon italiano, perché la lingua madre è identità culturale assoluta, checché se ne dica, mentre la distinzione tra buon cittadino e mafioso terrorista non ruota sulla scelta del dialetto d’uso. Una mazzetta, italiana o cinese, è sempre una mazzetta, ma mi canti ‘o sole mio’ in francese e le dimostrerò la mia tesi.

  24. notte Says:

    allora probabile che abbia capito male.perchè se chi offre i soldi per avere un appalto potrebbe parlare con accento calabrese,chi li ricevevono potrebbero avere anche cognomi francofoni.


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