Questo patois stona


Ho sempre affermato che la valorizzazione e conservazione dei beni materiali e immateriali di un territorio è doverosa da parte di chi quel territorio vive, il patois dunque va difeso, ma qualcosa nel complesso stona. La soddisfazione manifestata da alcuni vip della Lega riguardo all’iniziativa della gemella Union di portare il patois a scuola è prova inconfutabile che l’operazione vada oltre le nobili intenzioni. E’ lecito pensare che la scelta facoltativa possa divenire in un futuro prossimo obbligatoria. Un obbligo non necessariamente formalizzato, ma indotto con mezzi subdoli. Operazione tipica di un regime che usa una neolingua (il patois ufficiale non è esattamente quello da difendere), per mantenere se stesso. La tradizione orale che va difesa è quella che si impara a casa e si parla in paese, bene dunque a quelle iniziative come il teatro popolare e a quelle strutture come le biblioteche che offrono la possibilità di esercitarla anche fuori dal quotidiano, ma insegnare nelle diverse scuole valdostane la stessa neolingua che uccide le differenze, mi sembra un’operazione costruita a tavolino, priva com’è di quella spontaneità che nell’apprendimento della lingua madre è un dato necessario. Una lingua che nasce da una precisa volontà politica vive per compiacere la stessa e morirà quando questa verrà sepolta.

Explore posts in the same categories: Cultura morta, Delirio, Folclore valdostano, Mala politica, Scuola

Tag: , ,

You can comment below, or link to this permanent URL from your own site.

13 commenti su “Questo patois stona”

  1. giancarlo borluzzi Says:

    Chi paga questi corsi? Se tutti i cittadini, perchè così ha stabilito un consiglio regionale prono all’UV, c’è motivo per una segnalazione alla Corte dei Conti: o l’UV paga da sola le proprie campagne propagandistiche, oppure chi frequenta i corsi deve pagarseli, come si fa per un corso di cinese o d’arabo o di yoga o di cottura delle melanzane. Oppure metà l’UV e metà i genitori che hanno iscritto i figli a tale comica iniziativa.
    In Friuli tutti conoscono il dialetto, nessuno terrebbe dei corsi, il dialetto si impara a casa.

    Inoltre: le scuole materne ricevono post-lattanti dai 2 anni e mezzo ai 5 e ci sono oltre 600 bimbetti della scuola dell’infanzia iscritti d’imperio a tale anacronistica operazione propagandistica.
    I genitori hanno scelto per loro, utilizzandoli per i loro sfizi parapolitici, e questo in un mondo che non termina a Pont e richiede quindi ai genitori il compito di aprire i figli al mondo, non di rinchiuderli culturalmente nella Valle dell’UV.
    C’è motivo per segnalare la cosa al Tribunale dei minori?

  2. sanglier Says:

    io i miei figli li iscrivo… in questo caso mi sembra che esageri un pochino… Non si può rendere obbligatorio lo studio di un dialetto… neanche nella nostra repubblica della banane… non mi preoccuperei troppo.
    A me questa iniziativa piace. Che ce devo fa’

  3. Bisker One Says:

    La questione del patois è stata mal gestita, o è semplicemente una mossa di propaganda politica. Prima di tutto, è giusto quello che dice Borluzzi, sul fatto che il dialetto si impara in famiglia, ma in Friuli sono tutti (o quasi) friulani, mentre in Valle d’Aosta i valdostani d.o.c. sono rimasti una minoranza; quindi, tanto di cappello per l’idea di corsi a partecipazione facoltativa per mantenere vivo il dialetto anche per quella parte di popolazione non autoctona, però: quale patois? La versione edulcorata che insegnano in questi corsi non è il patois di nessuna realtà geografica della valle. In ogni paese dovrebbe esserci un insegnante del posto che insegni il patois del posto: abbiamo 74 comuni e almeno il doppio di varianti di patois. Seconda cosa: Patuasia ha ragione. Questo patuanto (cioè, patois-esperanto, una lingua nata a tavolino che non sarà mai una lingua viva) che vogliono imporre al momento è facoltativo, ma se si lascia fare al Partitone entro due o tre anni al massimo diverrà obbligatorio di fatto, nel senso che sì, se vuoi non lo impari, ma sarà elemento discriminatorio per partecipare a qualsivoglia concorso per la pubblica amministrazione. Io non iscriverò mai i miei figli se non manifesteranno l’intenzione precisa di seguire un corso di patuanto, il che vuol dire che se vorranno lo impareranno quando andranno a scuola, non dall’asilo.

  4. bruno courthoud Says:

    Il patois va giustamente difeso, ma non offeso. La creazione di un artificioso e artificiale patois ufficiale, di un patois global, è già di per sé un’offesa alla ricca e variegata natura, quantità e qualità dei patois locali. Insegnarlo è un crimine. Avremmo bisogno del commento di un patoisant come Pasolini, di una sua lettera luterana. Ma forse qui basterebbe Cerlogne (mi piacerebbe in ogni caso sentire il commento di un patoisant locale convinto). A meno che siano puerili esercitazioni di un preregime (delle banane) o aspirante tale: nulla di peggio dei dilettanti che aspirano al professionismo, se qualcuno ci riesce sarebbe ora di fermarli.
    p.s. Il “patois” deve necessariamente essere succhiato inseme al latte materno, altrimenti è una “lingua estera” in più imparata a scuola e nulla più. Al massimo può essere imparato per strada, dai “parlanti”, come li chiamava sempre PPP. A proposito, potrò continuare a parlare il mio patois di Rhemes o dovrò affrontare le “150 ore” per un corso di adeguamento al patois neoglobal?

  5. Ghinodipunta Says:

    @Bisker One vorrei ricordare che il patois è magari in uso in 71 Comuni della Vallée, e non in 74.Però concordo sul fatto che l’idioma è frutto di apprendimento in ambito familiare, e sin dalla nascita.Solamente Turi è una eccezzione.Questi corsi di buona volontà, lasciano il tempo che trovano, anche perchè oramai la multi etnicità è il vero frutto della globalizzazione.

  6. fiatosprecato Says:

    Il vero frutto della globalizzazione è il dominio della finanza criminale su qualunque altra cosa.

  7. Bisker One Says:

    @Ghinodipunta
    Scusa, non tenevo conto dei Walser. In ogni caso sono molte più di 71 le varianti di patois, dato che varia non da comune a comune, ma addirittura da borgata a borgata.

  8. bianca Says:

    A me l’iniziativa piace, avrei partecipato volentieri e iscriverei i miei figli. Lo trovo però utile più che altro per chi già capisce il patois, ma magari avendo genitori che non lo parlano in casa ha incertezze e lacune nel vocabolario, può dare quella sicurezza in più che spinge ad usarlo più spesso fuori casa e a impararlo meglio. Limitarsi a studiare a scuola questa versione ufficiale per me non ha molto senso.

  9. Frank Burgay Says:

    Che a scuola insegnassero bene l’inglese che non lo sa parlare nessuno! Sapere il patois non ci permette di essere competitivi al di fuori dell’Italia!

    Non capisco perché per imparare discretamente una lingua come l’inglese (utile ai fini del curriculum) si debbano investire ingenti somme di denaro in corsi privati, mentre per imparare un dialetto (completamente inutile dal punto vista della competitività) si vogliano sprecare ore a scuola!

    Nessuno mette in discussione l’importanza culturale del patois, ma deve essere insegnato in contesti più opportuni!

  10. Puciu Says:

    mah! sai nen! a casa, da bocia, parlavo il patois di Cournayeur quello di Morgex, quello di Valtournenche e il piemontese a seconda dell’interlocutore tanto la mia famiglia è variegata. Quale insegneranno a scuola, quello della Veulla o una versione preparata al tavolino e che risulterà parzialmente incomprensibile ai piu’?

  11. libero Says:

    Puciu quello che hanno creato a tavolino, pagando fior fiore di esperti (cosa non si fa quando si è pagati!) è un dialetto facilissimo che tutti possono comprendere e lo si scrive come lo si pronuncia es: siel per dire cielo. Facile perchè tutti lo parlino, ma per quale motivo visto che una lingua c’è già vedi l’italiano e la difesa dei patois non viene fatta? ma per dare robustezza al progetto che vuole una regione diventare stato con una propria lingua!

  12. Puciu Says:

    @libero
    Grazie per la precisazione, speriamo sia piu’ facile della versione scritta del Messager Valdotain!

  13. paul Says:

    Il patois va salvaguardato ma prima di tutto dev’essere insegnato ai bambini dalle rispettive famiglie…
    mi fanno sorridere quei genitori entrambi “patoisans” che parlano italiano a casa con i figli e poi li iscrivono ai corsi di patois ( che senso ha?!).
    per non parlare poi dei “patoisans” unionisti che si esprimono nella lingua di dante con i propri figli o parenti ( unionisti di convenienza!)


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: