Un DNA di alta quota!


Scrive Carlo Perrin sul bollettino dell’Alpe: “La cultura alpina può essere un modello e naturalmente offre un sistema collaudato di cui si sente l’esigenza basti pensare a teorie quali la decrescita felice…”. Perché mai la cultura alpina dovrebbe essere un modello? A chi? E qual’è il sistema collaudato? E poi si sente l’esigenza di cosa? Pongo queste domande a un politico che si dice allergico alla demagogia e al populismo, perché se l’affermazione non è demagogica e populista è senz’altro facile retorica. Infatti non si capisce il motivo per il quale noi dovremmo fornire il buon esempio, perché abitiamo in montagna? Siamo un popolo moralmente superiore per questo? No, e la realtà lo dimostra: noi siamo un pessimo esempio! (Ma quale decrescita felice!). Il modello collaudato è che abbiamo vissuto grazie allo Stato e non abbiamo saputo sfruttare quelli che si considerano dei diritti, ma che hanno più il sapore dei privilegi, per creare un vero sviluppo legato al concetto di autonomia. I nostri politici non “sono caduti nella trappola delle lusinghe”, come scrive Perrin, ma hanno scientemente programmato un benessere clientelare di tipo mafioso per conservare il potere. E l’assuefazione alla sudditanza non è affatto “inconsueta per una popolazione di montagna”, ma l’effetto naturale di una politica di facili contributi. Non esiste un DNA di alta quota, perché altrimenti ne esisterebbe uno di pianura e uno di mare, esiste l’essere umano che si lascia forgiare dalla storia e la storia degli ultimi trent’anni in Valle d’Aosta è una gran brutta storia.

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14 commenti su “Un DNA di alta quota!”

  1. giancarlo borluzzi Says:

    Cultura alpina? Come sempre si evidenzia anche in questo termine il difetto valdostano del tentare goffamente di far assurgere a caratteristica di tutti quello che invece è un tratto distintivo di pochissimi.
    Sicuramente c’è chi vive di montagna in Vda, ma si tratta di un’esigua minoranza, mentre gli altri conducono qui la vita che farebbero a Piacenza o Casale o Ficarazzi, sognando solo le loro prossime vacanze al mare.

  2. bruno courthoud Says:

    Cultura alpina? Non ho mai sentito maledire tanto queste rocce improduttive e questa terra senza frutti quanto l’ho sentita maledire da parenti, zii e nonni, che qui facevano una vita d’inferno, ai limiti della sussistenza. Una cultura di povertà e miseria, materiale e, ovviamente, anche morale e spirituale. Questa “cultura alpina” è morta e defunta, e, al momento, altre non ne vedo.

  3. ciao ciao Says:

    La cultura è tutto ciò che di buono o cattivo ha prodotto l’uomo (Mauro Corona)

  4. noncacciounalira Says:

    La più grande ricchezza della Valle d’Aosta sono le sue montagne, la più grande fonte di reddito è l’autonomia 😉

  5. armando fiou Says:

    Sembra il manifesto della purezza della razza (quella pezzata valdostana si intende)

  6. tagueule Says:

    Cultura alpina? Le vette più alte sono state scalate quasi tutte da alpinisti stranieri. Nell’800 i valdostani erano un po’ più che gli sherpa nepalesi. Cultura alpina? Non c’è traccia di artista prima del ‘900.

  7. tagueule Says:

    Nel 400 gli artisti trentini partecipavano, con alcuni capolavori, alla ricerca sulla prospettiva….

  8. bruno courthoud Says:

    All’inizio del novecento mio nonno era costretto a girare, con famiglia al seguito, italia, francia e svizzera, per poter sfamarsi (mio zio è nato a San Benigno Canavese). Girava con una cassetta in legno che ho ancora in casa a fare il vu-cumprà, cioè a vendere cianfrusaglie. Tra le altre cose raccoglieva i capelli delle ragazze per rivenderle a chi ne faceva parrucche. Tornava in primavera per i fieni. Questa era la “cultura alpina”. Se volete vi produco una dichiarazione di morte di un ragazzino, un certo David di Introd, morto di sfinimento a Lilles (Francia del nord), 12/14 anni, “balayeur di cheminées”, nel settecento! Questa è la tanto decantata “cultura” o “miseria” alpina.

  9. unoqualunque Says:

    Cos’è, vi siete tutti iscritti a “valle d’aosta tricolore” (borluzzy, si chiama così?)?
    Chi ha la tessera n.1?

  10. tagueule Says:

    1888: primo minatore italiano emigrato in Belgio Léonard Louis Bertollin di Saint-Christophe

  11. bruno courthoud Says:

    Nella seconda metà del settecento, Vignet des Etoles, primo governatore savoiardo nominato per la Valle d’Aosta, relazionò di avervi trovato un popolo che viveva poco più che allo stato di natura. La sua relazione, pare molto ricca di informazioni sulla Valle d’Aosta, NON è ancora stata pubblicata (e non lo sarà MAI).

  12. mis Says:

    Bruno, qs volta sbagli! la relazione di Vignet è stata pubblicata INTEGRALMENTE sul BAA XX a cura di Fiorenzo Negro!!

  13. bruno courthoud Says:

    allora chiedo scusa per l’errore! Leggetela!

  14. noncacciounalira Says:

    comunque l’articolo è la conferma di quell’alta considerazione di sè che hanno parecchi valdostani, che non sbagliano mai, non hanno bisogno di consigli e non hanno nulla da imparare da chi valdostano non è, e sono pure un po’ antipatici, un popolo eletto forse (privilegtao dal 1191 sicuramente) 😦


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