La mensa non è un ristorante


Secondo me ha ragione l’assessore comunale, Andrea Edoardo Paron. Il menu nelle mense scolastiche dovrebbe inseguire la salute e la buona educazione alimentare non il folclore gastronomico. Ben vengano i prodotti del territorio, quelli battezzati kilometro-zero, per avere un migliore e più facile controllo sulla qualità e per dare sostegno alle aziende locali, ma il menu deve essere compatibile con una dieta apposita e salutare. La cucina valdostana di tradizione è molto carica di grassi, vedi alle voci valpellinentse, polenta concia e i numerosi insaccati… tutte cose buonissime che vanno bene una volta ogni tanto, ma non nel menu settimanale di una scuola. Dopo una bella polenta concia con carne cotta nel vino (la tradizionale carbonada) ve li immaginate come potranno rendere gli studenti nel pomeriggio? La mensa scolastica non è un ristorante, deve saper insegnare a mangiare sano ed equilibrato. Insomma bando alle cretinate e siamo seri che di ragazzi obesi ne abbiamo fin troppi!

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15 commenti su “La mensa non è un ristorante”

  1. giancarlo borluzzi Says:

    All’interno dell’UV la caccia alle preferenze per le regionali è cominciata.

  2. Alain Says:

    Eh certo solo nell’union vero???

  3. cretinate Says:

    Bando alle cretinate???

    Forse ne ha scritte un po’ troppe lei!!!
    Al link
    http://www.celva.it/download.asp?file=/elementi/www/area_territorio/progetti_celva_2011/io_mangio_valdostano/2011_menù_10_5.doc
    Si possono vedere quali sono i menú tipo, tutti rispondenti alle “Linee di indirizzo nazionale per la ristorazione scolastica” (Gazzetta Ufficiale n. 134 dell’11 giugno 2011) in termini di copertura dei fabbisogni.
    Gli obiettivi di “io mangio valdostano”

    FILO DIRETTO CON IL PRODUTTORE
    consentire economie di spesa, diminuendo gli intermediari commerciali, garantendo maggior sicurezza alimentare e tracciabilità dei processi produttivi

    UN OCCHIO ALLA TRADIZIONE E AL TERRITORIO
    riavvicinare le nuove generazioni alla cultura culinaria e alle tradizioni valdostane, educando i bambini alla diversità del gusto

    CIBI SANI E DI QUALITÀ
    educare ai sapori e ai saperi valdostani, in un’ottica di adozione di corretti comportamenti alimentari e nutrizionali, che valorizzino stagionalità, produzione locale e piatti tipici

  4. patuasia Says:

    Se lei, signor cretinate, è del celva, come è prevedibile dal tono e dalle informazioni, avrebbe anche potuto firmarsi. Comunque, cerchiamo di chiarirci, io quando parlo di cibo tradizionale o leggo di cibo tradizionale ho in mente un certo tipo di cibo. Considero la cucina valdostana appetibile e gustosa, ma non precisamente salutare, allora se uno mi dice che vuole portare nelle mense scolastiche questo tipo di vivande non mi trova d’accordo. Per il resto ho scritto esattamente quello che dice lei, che è ottima cosa avere un filo diretto con il produttore che è sano e opportuno mangiare prodotti stagionali e a chilometri il più zero possibile. Quella del menu valdostano più che una dieta mi sembra una boutade propagandistica. Le crespelles sono ripassate con il burro; lo spezzatino con la polenta non è una pietanza estiva così come le varie zuppe; il favò poi con il burro e la fontina e la salsicetta (ebrei e mussulmani non mangiano carne di maiale)… . Per lei la mia osservazione è una cretinata, per me una legittima constatazione e credo che sia condivisa da molti genitori.

  5. giancarlo borluzzi Says:

    Cretinate dice cretinate.

    Qui non si critica un menù, ma il fingere che ci sia un obbligo di conformarsi a un territorio, mentre le persone hanno un complesso di relazioni e interessi che possono totalmente escludere la considerazione dello spazio delimitato come regione.

    Uno sceglie ciò che vuole, tentare di instillare nei bimbi l’idea che esiste un cibo del territorio da preferirsi è una scemenza come il cosiddetto concorso, prossimamente in Fenis, di indottrinamento di ignari fanciulli su un dialetto locale che a tanti suona sgraziato ed è meno diffuso del piemontese.

  6. erika Says:

    non mi trova d’accordo. nella tradizione valdostana ci sono reblec, polenta, sorsa e tante zuppe che non sono più pesanti delle milanesi e patate fritte che mangiano i bimbi in mensa. dire poi che è dovuto al fatto che mammoliti è il cognome più diffuso ad aosta, mi sembra una vera e propria cretinata… Dopo le bandiere, Paron ha perso un’altra buona occasione per tapparsi la bocca

  7. armando fiou Says:

    si dice vapelenentse. Valpellinentze lo dicono i milanesi che giunti oltre ivrea vogliono mangiare solo la polenta con il cervo o altri piatti esotici valligiani

  8. giancarlo borluzzi Says:

    Nessuno deve essere così ottuso da ritenersi titolato a scegliere i cibi per gli altri.

    Non so, nè mi frega saperlo, cosa siano reblec e sorsa.

    So che il ristorante cinese Du Cheng a Torino in via Venti Settembre e il ristorante mongolo Yuan a Milano in via Gonzaga sono da me preferiti a qualunque ristorante tipicamente valdostano, con l’eccezione de La Clusaz.

    Concordo con Erika sull’insensatezza dell’uscita mammolitica dell’ineffabile Paron: le scelte culinarie non dipendono dalle tipologie dei cognomi.
    Ma Paron non può permettersi di criticare la quintessenza unionista, per cui deve accontentarsi di esternare sui cibi degli asili.

  9. lacrunadellago Says:

    Sono d’accordo con Patuasia: sì ai cibi km zero, no ai piatti locali a tutti i costi.

    La maggior parte dei piatti valdostani è ipercalorica e ricca di carne e formaggi. In contrasto con le raccomandazioni del Fondo Mondiale per la Ricerca sul Cancro (http://goo.gl/jofbm), che raccomanda una “alimentazione basata prevalentemente su cibi di provenienza vegetale, con cereali non industrialmente raffinati e legumi in ogni pasto e un’ampia varietà di verdure non amidacee e di frutta”, mentre raccomanda di limitare la carne a non più di 500 grammi alla settimana.

    Una conseguenza dell’iniziativa “Io mangio valdostano” è che, per bilanciare i piatti ipercalorici, il resto dei piatti è “misero”. Da qui discendono le proteste di tante famiglie, che lamentano porzioni scarse.

    “Io mangio valdostano” per funzionare ha bisogno che siano seguite le porzioni necessariamente limitate di molti piatti ipercalorici (per fare un esempio, la porzione di favò per le scuole primarie, che contiene fave, pane, pasta, fontina, salsiccia e burro, è di soli 75 grammi). Ma se ipotizziamo che le famiglie seguano questo stesso menu anche a casa, possiamo facilmente immaginare che ai propri figli daranno porzioni ben più generose di quelle della mensa scolastica, con conseguente eccessivo apporto di calorie, con tutti gli svantaggi che ne conseguono.

    Dunque, “Io mangio valdostano” è un’iniziativa da divulgare con cautela, perché dovrebbe essere contemporaneamente spiegata molto bene alle famiglie, altrimenti c’è il rischio che, per seguire il consiglio di mangiare valdostano anche a casa, si favorisca il sovrappeso dei bambini.

  10. patuasia Says:

    Signora Erika,
    le milanesi e le patatine fritte nelle mense sono da evitare, come il favò e la vapelenentse (grazie signor Fiou per la precisazione).

  11. mistery Says:

    mi viene un dubbio: non sarà che la signora “Cretinate” sia proprio l’autrice del progetto “io mangio valdostano”, neh?

  12. giancarlo borluzzi Says:

    Ultimo intervento, poi oggi sono via.

    Qui si fa il gioco dell’UV, nel senso che si accetta il vizio di fondo dello sragionamento rossonero portato avanti da Turi in sintonia col suo movimento di appartenenza.

    Vizio consistente nel dare per scontata l’accettazione di uno spazio di vita personale incentrato e circoscritto a una VDA le cui caratteristiche vengono comicamente capovolte dall’UV.

    Uno può/vuole/deve avere visioni e cultura che trascende il localismo fondato sulle balle della Valle e sull’essere mantenuti da Roma.

    Il riferimento ai cibi valdostani, che giudico inferiori a quelli indonesiani, vorrebbe instillare l’idea che i 125mila italiani residenti in VDA hanno come riferimento culturale le fanfaluche dell’UV e quindi dovrebbero giudicare ogni cibo non locale come eretico.

    Giudico miope affrontare il tema dei prodotti culinari valdostani dal punto di vista solo mangereccio: tutta la discussione è scoppiata per un evidente sottinteso politico su cui gli scriventi qui hanno prescisso.

  13. patuasia Says:

    Signor Borluzzi, abbiamo ampiamente, abbondantemente capito il suo ragionamento di fondo, ce lo ripete continuamente e a ogni post, pertanto le chiedo per cortesia di capire anche quello degli altri che comprendono sfumature e punti di vista variati sugli argomenti proposti. Il suo comportamento sconfina con quello di un troll, non si offenda per carità, in quanto il troll ripete e ripete all’infinito un unico concetto con lo scopo di annoiare, sfinire chiunque. Non serve a niente che lei voglia riportare tutti sulla sua carreggiata, ognuno ha il suo sentiero ed è giusto che sia così, magari poi ci si troverà tutti in un punto comune oppure no. La sua insistenza fiacca e per questo mi sento in dovere di tutelare il blog: non pubblicherò per un certo periodo altri suoi interventi. Quello che ci voleva comunicare è chiarissimo a tutti, non serve ripeterlo, grazie e spero capisca.

  14. ben 10 Says:

    Come rappresentante dei genitori e genitore interessato a capire cosa mangiano i miei figli quando non sono a casa mi sono sorbita un bel pò di riunioni delle cooperative e ho mangiato alle mense (Aosta e Plan Felinaz, due coop diverse). In primo luogo c’è l’ossessivo rispetto delle linee guida con la pesatura dei cibi, e la calibratura proteine, grassi, e qual che si vuole. Il risultato è stato per anni un menù lunare, uguale, a parte i pesi, per bembini dai 3 ai 13 anni. Con polenta, salsiccetta e peperonata nello stesso giorno, per dire. I fritti sono giustamente banditi, quindi le cotolette, se ci sono sono cotte al forno e così il pesce impanato. Purtroppo, fino allo scorso anno, tutto confezionato in mono porzioni (quintali di plastica) gioco forza cucinato alla mattina presto (provate ad aprire una monoporzione di pesce cucinato 5,6 ore prima, anche se uscisse da un 5 cappelli Michelin, l’odore è disgustoso). A forza di dai e dai i menu sono diventati accettabili anche se, secondo me, è inutile proporre pietanze che faranno anche bene ma che i bambini non mangeranno mai (il pesce, non potendolo cucinare altrimenti, fa passare la voglia a chiunque, la svizzera cucinata al forno diventa una soletta immangiabile). Non è quindi, o non solo, una questione dei km zero, privilegiamo le materie prime locali, (se mangio il Favò e poi la macedonia con l’ananas mi viene da ridere, o da piangere), e mediamo le ferree regole delle asl con quel minimo di buon senso che può fare la differenza tra un menu perfetto che i bambini non mangiano e uno imperfetto ma che è apprezzato da chi ne usufruisce. E infine, ma non meno importante, riduciamo la plastica! A parte fare un favore all’ambiente e a tutti noi, tasche comprese, alla lunga, ve lo immaginate un piatto di Vissani servito in quei tristi piatti di plastica, 5 giorni a settimana? L’educazione al gusto, al mangiare sano e bene passa anche da lì, non a caso l’altra scuola frequentata dalla mia prole ha adottato stoviglie in ceramica, i bambini non solo non rompono i piatti ma spazzolano tutto, valpelleunentse o insalata di farro e pomodorini che sia. Il buon senso, è una risorsa sempre più scarsa, più dell’Elio e del Coltan!

  15. bianca Says:

    I bambini sono obesi perché i genitori gli danno le merendine o altro cibo spazzatura e non li fanno muovere. Io alle elementari mangiavo ogni tot le lasagne al pesto e altri piatti non proprio leggeri, buonissimi perché avevamo ancora la cuoca, e né io né i miei compagni abbiamo mai avuto problemi di peso per questo perché poi passavamo il tempo a giocare all’aperto e a fare sport.
    Si può discutere sulla frequenza e sulle porzioni, ma vietare alcuni piatti tipici perché troppo grassi a me non sembra una buona idea, non si insegna l’educazione alimentare eliminando, ma facendo capire che alcuni cibi vanno consumati meno spesso e in porzioni ridotte.
    Ora se la discussione si fosse sviluppata su questi argomenti si poteva essere d’accordo o meno, ma non ci sarebbe stata nessuna polemica. Invece Paron doveva fare il brillante e se n’è uscito con la battuta infelice sui cognomi, che è rimasta ben impressa ad un sacco di persone, e ci ha rinfrescato la memoria sul suo passato politico.


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