Il silenzio della nostra vergogna


Rispondo volentieri al commento del signor Lo Presti per aver messo il dito nella piaga. Ha ragione, Gaetano, nel sottolineare “l’assordante silenzio” che copre i post che non hanno a che fare direttamente con la politica, ma che ci coinvolgono tutti comunque. Direi in modo molto più profondo e intimo. Questo silenzio che significa? Vergogna? Imbarazzo? Estraneità? Paura? Io credo che il brutto abbia sporcato chiunque. Sono troppi gli anni vissuti al buio delle clientele, delle mazzette, della volgarità, dell’ignoranza per poter riuscire a sorridere ancora. Eppure quei bambini che non hanno nulla al fuori di un corpo fragile che spesso non raggiunge i tre anni, quelle donne piegate dalla fatica, quegli uomini laceri e stanchi, la capacità di un sorriso non l’hanno perduta. Perché? Non mi sento in grado di dare una risposta. Mi faccio domande. Cosa servono le nostre ambizioni, la nostra efficienza, la ricerca spasmodica del successo, se poi restiamo così dipendenti dalla gratificazione che può darci un oggetto? UN OGGETTO! Incapaci come siamo di sentire e amare. Noi così ricchi ed evoluti (?) siamo, al confronto di quella elementare, forte, spontanea forza vitale, degli esseri deboli e infinitamente tristi. Viviamo più a lungo è vero, ma come? Nella solitudine di un pensionato, rimbambiti di farmaci. Mangiamo cinque volte al giorno, è vero, imprigionati nel nostro grasso. Inseguiamo facili miti, subendo la frustrazione di non poter raggiungere mai il modello originale. Ma che vita ci siamo inventati? Che vita ci hanno imposto? Dipendiamo da tutto ciò che può darci l’illusione di un istante di piacere: cibo, sesso, gioco, tecnologia, farmaci, moda… . Abbiamo molto e siamo brutti. Cattivi e rancorosi e la parte migliore della società, quella che ancora crede in un futuro migliore, è brutta, cattiva e rancorosa anch’essa. Sarà la stanchezza di un’attesa che si allontana come fa l’orizzonte? Probabile. Eppure è qui che si gioca la vera partita: in questo spazio che consideriamo attesa e che tale non deve essere, perché il cambiamento lo si può creare ogni giorno. Un giorno dopo l’altro, aprendo il proprio cuore con la forza di un sorriso.

Concludo con una domanda posta da una mia compagna di viaggio:  “Come essere d’aiuto, senza distruggere una cultura che è ancora capace di indicare a noi quei valori fondamentali che la nostra civiltà possedeva, ma che nel tempo ha lasciato sbiadire, fino a dimenticarsene?”.

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10 commenti su “Il silenzio della nostra vergogna”


  1. Già, proprio la forza di un sorriso, proprio quella a cui penso guardando queste foto.
    Ogni giorno vedo decine e decine di persone a causa del mio lavoro ed è angosciosa l’idea che coloro in grado di aprirti il cuore con un sorriso si contano sulle dita di una mano…
    Eppure abbiamo cibo, farmaci e abbiamo relegato la miseria nel nostro animo, ma… noi esterniamo randi musi lunghi, ulcere e depressioni suicide, e loro, polverosi, denutriti e malcurati…quanta energia dai loro occhi, grazie Patuasia di condividere la tua grande avventura.

  2. bruno courthoud Says:

    se continuiamo così, credo che nel giro di qualche generazione avranno anche loro grandi musi lunghi, ulcere e depressioni suicide … . Purtroppo. Il bellissimo servizio di patuasia, in tanti momenti, mi ricordava la mia infanzia, quando un mondo assai simile, povero e malnutrito, ma ricco di felicità e sorrisi (non solo, per carità) esisteva anche da queste parti, anche in val di Rhemes, poi è arrivato il cosiddetto progresso.

  3. libero Says:

    Manovrati e resi dipendenti da un piccolo gruppo di multinazionali, eppure noi, i consumatori abbiamo il coltello dalla parte del manico peccato non saperlo. Già perché noi possiamo modificare il mercato, ma non lo facciamo perché privi di coraggio e autostima. Spegnere il televisore per un giorno metterebbe nel panico l’azienda che ci propina schifezze e notizie avariate. Comprare i prodotti del territorio, controllare il consumo darebbe uno scossone a questo sistema che ci vuole vinti e manipolabili. Non è fantascienza, ma semplice (semplice?) consapevolezza.

  4. piemontèis Says:

    Anche tanta non-conoscenza porta a felicità e sorrisi…

  5. marburg Says:

    Piemonteis, per favore, esplicita il tuo criptico pensiero. Grazie


  6. Nel mondo civile l’unica dote apprezzabile è la capacità del male: e secondo che essa salga o degradi, cresce o decresce la stima e la riconoscenza degli uomini. L’uomo che si appalesa assolutamente incapace di fare il male è un debole o un malato, che la società può curare e avviare e incitare all’opera comune; mantenere in quello stato di infermitudine, mai
    CONCETTO MARCHESI (dalla prefazione del libro “Malattie infantili di Anselmo Secòs” di Daniele Gorret)

  7. piemontèis Says:

    Intendevo dire che quei bambini, forse, sono così felici e pieni di sorrisi proprio perchè a scuola non ci vanno.
    Quelle donne e quegli uomini, forse, trasmettono ancora così tante emozioni proprio perchè non sono stati toccati dalla modernità.
    Mi domando sempre se la loro non è una condizione voluta, o meglio, sia semplicemente il risultato di un modo di vivere, quindi usanze, riti antichi e forti legami che li hanno, nonostante tutto, nonostante le sofferenze quotidiane, “conservati” fino ad oggi, come un riflesso dei loro antenati.
    Discutere di carriera scolastica o lavorativa, di emigrazione verso migliori condizioni di vita,… (tutte cose che l’istruzione ti fa capire molto in fretta) in un ambiente dove non c’è nulla (se non l’ancòra incontaminata Natura) sarebbe folle, ma le proiezioni future che mi si prospettano davanti agli occhi osservando quei mega-gipponi arenati nella pàuta è che questo possa essere l’inizio di un qualcosa di cui conosciamo bene la fine.
    L’ impegno del CIAI quanto ad amore e passione è lodevole, ma così facendo non stiamo, anche se a piccoli passi, importando il nostro modello?

  8. marburg Says:

    Penso che il “nostro modello” non sia proprio quello importato dal CIAI con scuole, microcredito, microimprese locali, sostegno ai bambini handicappati… Temo piuttosto sia fatto di spinta ai consumi, corsa al denaro, competizione e sopraffazione.

  9. patuasia Says:

    Il modello CIAI non è improntato a consumo, ma a sviluppo con le energie locali e per sviluppo non si intende il nostro tipo. Andare a scuola è una priorità che viene prima della salute, gli abitanti di Dorze, infatti, hanno chiesto una scuola, perché sono perfettamente consapevoli che l’ignoranza genera paura e servilismo. In quella scuoletta costruita con meno di 50.000 euro c’è persino un’aula con un computer! Sono poveri, laceri e sporchi (non hanno acqua a disposizione), ma sono perfettamente consapevoli di loro stessi e del mondo che gira intorno a loro. Non ne conoscono i dettagli, certo, ma sanno quali sono le opportunità per poter crescere, almeno lo sa una parte di loro. Tutti noi che abbiamo visitato i villaggi rurali di montagna, ci siamo chiesti, se il nostro passaggio con i fuoristrada non fosse un elemento di disturbo oltre al rumore e alla puzza di gasolio. Ci siamo sentiti estranei a quella bellezza, fuori luogo, maledettamente lontani. L’affetto, l’aiuto concreto, i tanti sorrisi, gli inchini, gli applausi che quella gente ci ha tributati ci hanno aiutati a sentire una vicinanza fatta di calore umano che ha mitigato l’imbarazzo. Non so cosa ne sarà dell’Africa, sarebbe bello conoscesse uno sviluppo diverso dal nostro che possa fare a meno di quel periodo buio fatto di sfruttamento intensivo e industriale del territorio. Ma ci sono i cinesi che comprano pezzi sempre più grandi di quel continente meraviglioso che ci ha visto nascere.

  10. Graziano Binel Says:

    Una semplice curiosità. Ma, quel Mario Burgay delle foto (che suppongo corrisponda a marburg nel blog) è il dirigente della provincia di Torino che si occpua di turismo cultura nell’organigramma di Italia 150 ?


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