Lettera dalla Valle d’Aosta… 8


La società civile è una vergognosa accozzaglia di egoismi casalinghi. L’opinione pubblica è addormentata e addomesticata. I giornali ci tengono aggiornati sulle imprese agonistiche delle bovine da combattimento. Gli intellettuali si dilettano di araldica e toponomastica dei villaggi. In questo ambiente di disfacimento morale, chi si lamenta è innanzitutto un ingrato maldicente. Suvvia, sbotta l’autoctono regionalista, vediamo di essere obiettivi: qua non si sta poi mica male e fuori, in Italia e nel mondo, c’è ben di peggio. Forse è così, ma non si sa fino a quando. Tuttavia, nonostante il diffuso benessere materiale, si invecchia precocemente e le torve facce degli indigeni non sono raccomandabili. Ogni tanto qualcuno s’impicca a un albero. Si bivacca nella cantina riscaldata in attesa della cirrosi epatica. C’è tristezza e desolazione per le strade deserte. Nelle case ben arredate la noia si accomoda sui divani. Nelle monotone serate autunnali si frequentano corsi di intaglio e fiori secchi. Dopo cena si indossa il costume tradizionale per cantare e ballare con amici e parenti. La sagra di paese è il divertimento più gettonato. Durante il lungo inverno si fa qualche viaggio esotico, alla ricerca di spiagge e svaghi erotici. Per il resto ci si rifugia nella tecnologia. Tutta qui l’esistenza intramontana. (fine ottava parte)

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