Non si sputa nel piatto…


Nell’articolo: “Il bambino e l’acqua sporca”, pubblicato sull’ultimo numero di Alpe, Viviana Rosi taccia di superficialità coloro che si mostrano contrari alla gestione nostrana della cultura. Invita ad “analizzare i contenuti artistici, intellettuali e gli usi politici” delle varie manifestazioni organizzate dalla Regione, al di là della demagogia e dei luoghi comuni. Preoccupata che “il facile sdegno per i costi” possa diventare la scusa per “buttare via il bambino insieme all’acqua sporca.” Noi, di Patuasia, siamo sempre stati e lo siamo tutt’ora, molto critici nei confronti della proposta culturale locale. Non tiriamo in ballo la Saison che ci sembra il minimo che possiamo avere (cinema di qualità, teatro, operetta, non possiamo fruirli diversamente), ci limitiamo semplicemente a constatare che nonostante i milioni di euro spesi, il livello culturale della Valle d’Aosta resti spaventosamente basso. Invita, la Rosi, alla lettura della filosofia della Restitution. Il Teatro romano ci è stato restituito con un trasloco dell’impalcatura di pochi metri; l’area megalitica di Saint-Martin dopo vent’anni è un cantiere aperto, tanto orribile quanto fuori luogo e tempo (solo la Sagrada Familia, di Gaudì, ha conservato negli anni il fascino delle origini); lo Splendor chissà, se faremo in tempo a vedere gli arredi. Per tutto il resto ci sembra che il concetto tanto reclamizzato (trattasi soprattutto di restauro e conseguente fruibilità) non appartenga a una determinata filosofia locale, ma a un doveroso compito istituzionale. Siamo convinti che la cultura, così come viene gestita, sia, più o meno consapevolmente, considerata da tutti, compresi coloro che ci lavorano in ambito istituzionale, come un qualcosa di superfluo. Più vicina all’intrattenimento e al diversivo che a uno strumento di crescita individuale e collettiva. Un milione di euro speso per la Festa della Valle d’Aosta è stato un insulto: questo sì che avvalora la tesi dei tagli necessari. Una propaganda misto griglia con chiare finalità elettorali. Questa non è cultura. Per noi la cultura è altro. E’ occasione, strumento, opportunità per migliorare se stessi. Se la cultura non viene metabolizzata, rimane semplice informazione. Si possono leggere cento libri al mese, ma se si cena guardando la televisione, se si trascurano i figli, se si arriva constantemente in ritardo, ecc ecc, tutti quei libri non sono serviti a niente. Noi, in quanto collettività, non siamo migliorati affatto, evidentemente qualcosa non funziona: che sia il bambino?

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10 commenti su “Non si sputa nel piatto…”

  1. libero Says:

    Vero, siamo rozzi, leccaculo, omertosi e ipocriti. Non sputiamo nel piatto dove mangiamo anche se mangiamo merda. Siamo fatti così e non c’è film o cantautore che possa renderci consapevoli di ciò. Vero, la cultura va in altra direzione, intanto si comincia con il buon esempio.

  2. Damien Says:

    Scusate, non starete mica incolpando le iniziative culturali della crisi della cultura valdostana? Non sono d’accordo, chi si interessa della cultura lo fa per semplice piacere, il resto del pubblico non saprebbe distinguere un teatro in dialetto dalla giara di Pirandello. La causa non è la mancanza delle iniziative che voi chiamate “occasione strumento opportunità per migliorare se stessi”, ma il mancato interesse da parte del pubblico. Se poi un politico propone iniziative nel periodo elettorale, sarò ben felice di votarlo.

  3. poudzo Says:

    Signor Damien, stiamo solo dicendo che nonostante l’impiego di vagonate di soldi per la cultura, e l’afflusso significativo di spettatori non vediamo risultati soddisfacenti in fatto di evoluzione della specie e della qualità della vita: abbiamo il più alto tasso di alcolismo, di divorzi, di aborti, di abbandono scolastico, di suicidi. Ecco per noi la cultura non è semplice piacere è qualcosa di più. Nel marasma dell’offerta, mancano una logica e un progetto. Non basta rendere tridimensionale quello che viene propinato dalla tivù, secondo noi è meglio il silenzio.

  4. Andrea Says:

    Non penso che alcolismo, divorzi, aborti e abbandono scolastico abbiano molto a che fare con eventi culturali degni di rilanciare la cultura in un paese…
    che manchino logica e organizzazione condivido.. soldi spesi male che non danno al cittadino ciò che si aspetta… ma attenzione,va bene parlare di un obrobrioso teatro romano, però la fascia di “clienti” è molto ampia…target differenti a seconda degli obiettivi… penso sia piu a questo che punti la regione…ai suoi target… come quando berlusconi disse”meglio appasionato di belle donne che gay”… è andato semplicemente a colpire il target piu ampio che poteva…cioè quegli italiani omofobici,che purtroppo sono la maggior parte

  5. mah Says:

    Forse mancano gli artisti.

  6. tagueule Says:

    @Damien La causa non è la mancanza delle iniziative che voi chiamate “occasione strumento opportunità per migliorare se stessi”, ma il mancato interesse da parte del pubblico.

    Gentile Damien, lei tira in ballo una questione non risolvibile semplicisticamente come lei fa. Parlo per il teatro (ambito in cui lavoro a livello nazionale da 16 anni): l’interesse del pubblico va stimolato e guidato nei percorsi di visione e comprensione degli spettacoli affinchè l’esperienza rimanga nel sapere e nell’emozione del singolo spettatore. Quello che lei chiama disinteresse del pubblico è totalmente imputabile ad una mancanza di progetto e di prospettiva più ampia: la politica culturale, appunto, intendendo con il termine l’impegno civile di cittadini, intellettuali, politici, amministratori, operatori del settore. Le racconto brevemente la mia esperienza. Quella di una compagnia di teatro di prosa che gestisce un teatro da 250 posti. Il pubblico (30.000 biglietti strappati per 180 aperture di sipario all’anno), da noi, il teatro lo vede e lo fa e oggi, dopo 14 anni, i nostri amministratori pubblici non si permettono di trascurare il teatro: quella moltitudine di persone sono anche i loro elettori.

  7. tagueule Says:

    @mah Forse mancano gli artisti.

    Sì. Forse. Ma gli artisti non nascono artisti, lo diventano perché sono, prima di tutto, aritgiani (parlo sempre per il teatro). Quelli che hanno abilità e creatività innata sono i geni e ne nasce qualcuno ogni secolo. Quindi non avere geni non vuol dire non avere artisti. Per diventare artisti, quindi, gli “artigiani” hanno bisogno di condizioni molto complesse. Endogene certamente, ma anche esogene. Gli stimoli, la necessità, prima di tutto. L’impellenza. Poi il confronto, le relazioni (umane intendo, non le altre), il pubblico e, infine, anche un progetto politico, sociale e culturale dentro il quale esprimere la propria arte.

  8. libero Says:

    Se la cultura non serve a migliorare la qualità della vita in termini di percezione e sensibilità allora che ci sta a fare? A riempire i vuoti? A colmare l’ozio? Il “non si vive di solo pane” ha ben altro significato, un pochino più profondo magari.

  9. superzenta Says:

    Ha ragione il signor Tagueule che ringrazio per il ricco contributo alla discussione. Noto, con un certo rammarico, ma non dovrei stupirmi più di tanto, che il termine cultura è spesso confuso con quello di intrattenimento. Come nella moda ci sono diversi livelli di produzione: dalla camicetta dei grandi centri commerciali pensata per un consumo di massa, a quella venduta in boutique e realizzata per un target alto. La differenza consiste nella possibilità del consumo che non è economica: chiunque, o perlomeno molta più gente, può acquistare un biglietto per il teatro che comprarsi una camicia di Prada. Purtroppo il nostro credo consumistico punta più sull’acquisto di un paio di scarpe che a un abbonamento tutto a discapito della nostra crescita individuale e collettiva. L’immagine dell’Italia, purtroppo, riflette un popolo che del suo ricco patrimonio culturale non sa che farsene.

  10. Andrea Says:

    Guardi superzenta…credo che il livello culturale italiano,nonostante basso, sia piu alto che in altri stati a noi vicini, dove ho notato un forte disinteresse per societa’,politica,ecc ecc…soprattutto tra i giovani… Poi tutto dipende dal grado di educazione ricevuto… il consumismo non e’ una piaga italiana…il consumismo e’ il mondo in cui viviamo tutti! dagli eschimesi ai sudafricani…
    poi la parola cultura…ha una radice che si riflette in maniera personale sull’individuo…non a livello di massa….e l’ozio latino faceva parte di questa parola se non sbaglio…per cui credo che lo svago sia ammesso nella parola cultura =)


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