Paillettes di montagna


Nell’editoriale dell’ultimo numero di Alpe, il coordinatore del movimento omonimo, Carlo Perrin, parla di se stesso e del mondo agricolo nel quale ha sempre vissuto (je suis berger a coté des bergers). Di quel mondo avverte nostalgia, ma anche senso di isolamento, di desolazione. Un mondo entrato in crisi che non esprime simpatia. Con tutto il rispetto verso le persone oneste che pur ci sono (i miei nonni erano allevatori e contadini), non riesco a considerare la categoria degli allevatori valdostani come una categoria nel suo complesso sana. Lo scandalo della Fontina adulterata, l’importazione clandestina del seme, le stalle non registrate, le analisi contraffatte, il fieno straniero, sono solo alcune delle voci raccolte nella grande truffa ai danni della Regione, dello Stato e della Comunità Europea. I politici hanno cercato di ridurre l’entità dello scandalo, perché i truffatori sono loro elettori e appartengono a una lobby forte e protetta. Altro che pauvre paysan! Il paesaggio è cambiato caro Perrin! E non si tratta, come è stato detto, di qualche mela marcia, no! Si tratta di un meccanismo ben oliato e organizzato con tanto di veterinari (Claudio Trocello in servizio presso la USL, Davide Mila convenzionato ANABORAVA ecc…) e laboratori di analisi compiacenti che, fra le altre cose, alteravano la prova tubercolinica per consentire agli allevatori di poter accedere ai diversi contributi, mutui, premi previsti (LA.ECO.VET S.a.S di Rossella Badino). La parola giusta è TRUFFA! Le bovine fecondate con liquido seminale di tori svizzeri non certificati con successiva  falsa registrazione di nascite autoctone e in via di estinzione; il foraggio”straniero” usato per l’alimentazione delle mucche e successiva produzione della Fontina Dop in contrasto con il disciplinare; i formaggi, fra cui anche la Fontina, prodotti da latte proveniente da bovini malati e da allevamenti non autorizzati; la macellazione di carni valdostane risultate affette da tubercolosi; le importazioni clandestine di bovini svizzeri che andavano a sostituire quelli deceduti tramite recupero del bolo o del bollo auricolare; le falsificazioni dei documenti; le stalle non registrate; il risanamento parallelo; l’importazione clandestina e l’uso improprio di medicinali a uso veterinario, sono azioni criminali che coinvolgono un alto numero di persone che hanno potuto fare affidamento su una vasta rete di conoscenze istituzionali (l’assessore Lanièce aveva inviato ai NAS una missiva in cui chiedeva di “evitare il ricorso al gamma interferone” e il Presidente Rollandin lamentava, con il Comandante Gruppo dei Carabinieri, il Ten. Col. Guido Di Vita, la propria preoccupazione per il ripetersi dei controlli dei NAS di Torino che vanificavano quelli previsti dalla stessa Regione. ). Nel mondo dei paysans il walzer dei contributi c’è sempre stato: vent’anni fa il businnes si faceva sulle vacche morte di TBC, spesso sane, oggi sul contrario. La compiacenza del potere verso questo habitat pure. C’è spregiudicatezza e capacità delinquenziale in tutto questo e non sarebbe male cercare di capire da cosa ha origine. Troppi contributi facili?

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15 commenti su “Paillettes di montagna”

  1. Michel Says:

    Ci sono troppe procedure e troppe leggi troppo restrittive in alcuni casi.
    Questo non giustifica alcuni comportamenti ma bisognerebbe fare le leggi con la testa,cosa che in Italia non accade.
    E poi c’è il giro dei contributi che come si è visto ha portato qualcuno ad aggirsre la legge.
    Però bisognerebbe prendere dei disciplinari e delle leggi e buttarle direttamente nel fuoco e poi molte di queste cose non succederebbero.

  2. frecciarossa Says:

    Miche, da quello che scrivi emerge chiara la giustificazione verso atti deliquenziali. Può darsi che i disciplinari siano troppo restrittivi (altrimenti son sarebbero disciplinari)che la burocrazia sia troppo pesante, però non è con la truffa che si combattono le leggi restrittive, ma con l’azione democratica. Che significa, organizzazione politica. Qui invece i politici sono stati usati come strumenti di compiacenza che a loro volta hanno usato gli allevatori come bacino elettorale. E’ la mentalità che è corrotta, qui vige il ragionamento: sono a casa mia e faccio quello che voglio. Non è così ed è giusto che le regole siano fatte giustamente rispettare. Michel qui si parla di gente che ha venduto merda!

  3. bruno courthoud Says:

    Non vorrei finire in tribunale, ma riporto solo una confidenza fattami da un allora assessore dell’Uv in Giunta con Rollandin, allora Assessore all’Agricoltura e foreste e “politico” (ma da noi esistono politici? o solo faccendieri?) rampante. Mi ha confidato: “E’ stato Rollandin ad insegnare ai valdostani a rubare” (ad es. insegnando ai valdostani, ai fini dei rimborsi di animali deceduti o macellati, che i medesimi di orecchi di solito ne hanno due, ecc.). Io penso che i valdostani certe cose le abbiano sempre fatte e sapute. A sostegno della mia tesi e a discolpa di Rollandin cito, a memoria, un episodio tratto dai racconti di non so quale viaggiatore inglese ottocentesco in viaggio da queste parti. In compagnia di una guida (forse allora si trattava ancora solo di una persona pratica dei luoghi) di chamonix, raggiunto il confine tra savoia e valle d’aosta, la guida avvertì i suoi clienti inglesi: “D’ora innanzi fate attenzione, perché in queste terre rubano”. Famosa la locandiera di La Salle, soprannominata dai malcapitati avventori “la sale”, cioè “la sporca”; famoso il borgo di Leverogne, conosciuto come quanto di più sporco si potesse incontrare in un viaggio, famosa la frase del primo intendente Vignet des Etoles (savoiardo), il quale scrisse di aver trovato popolazioni ancora “allo stato di natura” (fine settecento). Non c’è allora molto da meravigliarsi se per atavica natura e cultura i valdostani 1) siano disposti a fare qualsiasi cosa per un misero contributo 2) siano del tutto indifferenti ad aiuole, arredi urbani, ed in genere, alla nozione di bellezza.

  4. bruno courthoud Says:

    le facce toste non hanno sensi del limite e del pudore.
    Alberto Cerise pubblica un editoriale su “La Gazzetta Matin” (quella dell’elettricista Berger), intitolato “Le ragioni dell’altro”.
    Avendo avuto modo di conoscere il tipo e di averlo come Assessore, mi rifiuto CATEGORICAMENTE di leggere l’articolo.
    Anzi, approfitto dell’occasione per fargli una domanda: “Sei poi riuscito a far condonare da tuo fratello quel tuo sottotetto abusivo in quel di brissogne? Le linee guida fatte surrettiziamente approvare in Giunta sono servite allo scopo? E Rocco è riuscito a far condonare quelle sue autorimesse abusive in collina ad aosta in zona franosa? Anche qui le linee guida sono servite allo scopo?”. Maggiori dettagli per chi lo desiderasse.

  5. Clotilde Says:

    Bel post, Patuasia.
    Con cui concordo pienamente, così come, ahimé, non posso che approvare quanto scritto da Bruno. Manca però qualcosa. In quale Stato si trova infatti la Valle d’Aosta?
    E’ lì che risiede una parte, certo importante se non la maggiore, della spiegazione. Un paese di fatto nelle mani della criminalità organizzata, il cui giro d’affari è valutato in oltre 120 miliardi di euro all’anno, un paese di cui illustri viaggiatori stranieri e persino grandi suoi scrittori hanno per secoli illustrato la completa amoralità e la propensione a delinquere, un paese che ancor oggi, nel mondo intero, è appunto e giustamente associato alla parola mafia. Forse la Valle d’Aosta era propensa all’abbruttimento e probabilmente il riparto fiscale, con al timone Rollandin per distribuirlo, ha solo amplificato e accelerato il fenomeno, fino a renderlo irreversibile e a fare di questa Valle un covo di furbastri avidi, corrotti e spesso di un’ignoranza abissale. Ma quanto è certo è che, dal 1861, questo destino era comunque ineluttabile: far parte dell’Italia in un certo senso obbliga a diventare disonesti, se non personalmente certo socialmente, visto che ivi, per dirla col poeta, è uso calcare i buoni e sollevare i pravi.
    La complessità e inintelligibilità delle leggi, per non parlare del modo in cui sono applicate, fanno perciò parte di questo “essere italiano”: nessuno deve potersi sentire al sicuro perché nessuno può in realtà dirsi al riparo da un’azione giudiziaria. Tutti devono invece essere ricattabili e perciò al comando troveremo gli estorsori più abili e spregiudicati, essi stessi, per dirla con Giuliano Ferrara, ammessi a quel ruolo a condizione di essere a loro volta potenzialmente ricattabili. L’”essere” italiano, in altri termini, è antitetico alla libertà e alla responsabilità, categorie che infatti sono emerse in altre nazioni e altri sistemi sociali. Questo non giustifica minimamente la facilità con cui Rollandin è riuscito nei suoi intenti, di cui sottolinea solo il grandissimo intuito politico e la corrispondenza al pensiero profondo valdostano, così come Berlusconi o Andreotti interpretano perfettamente l’essenza del paese. Ma, se così si può dire, diminuisce la tristezza: sarebbe comunque andata a finire malissimo.

  6. bruno courthoud Says:

    Maggiori dettagli.

    1) L’articolo 32 (Misure per la riqualificazione urbanistica,ambientale e paesaggistica, per l’incentivazione dell’attività di repressione dell’abusivismo edilizio, nonché per la definizione degli illeciti edilizi e delle occupazioni di aree demaniali), comma 27, della legge statale 24 novembre 2003, n. 326, legge di conversione, con modificazioni, del decreto-legge 30 settembre 2003, n. 269, recante disposizioni urgenti per favorire lo sviluppo e per la correzione dell’andamento dei conti pubblici, pubblicata sul Supplemento ordinario alla “Gazzetta Ufficiale n. 274 del 25 novembre 2003, Serie generale,
    recita testualmente:

    “Fermo restando quanto previsto dagli articoli 32 e 33 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, le opere abusive NON (il carattere maiuscolo è mio)sono comunque suscettibili di sanatoria abusiva, qualora:

    d) siano state realizzate su immobili soggetti a vincoli imposti sulla base di leggi statali e regionali a tutela degli interessi idrogeologici e delle falde acquifere, dei beni ambientali e paesistici, nonché dei parchi e delle aree protette nazionali, regionali e provinciali qualora istituiti prima della esecuzione di dette opere, in assenza o in difformità del titolo abilitativo edilizio e non conformi alle norme urbanistiche e alle prescrizioni degli strumenti urbanistici;
    … “.

    L’allora Assessore all’Ambiente e Lavori Pubblici, Alberto Cerise, ed il suo coordinatore, Raffaele Rocco, intendevano, A TUTTI I COSTI, usufruire del suddetto condono per sanare un abuso edilizio a testa, e cioè:
    a) l’Assessore Cerise, una mansarda non abitabile trasformata abusivamente in abitazione (con relativa finestra verso l’esterno) nella villa di proprietà in comune di Brissogne, in località sottoposta a vincolo paesaggistico ai sensi della legge Galasso;
    b) Il coordinatore Rocco, una o più autorimesse realizzate abusivamente nel sottosuolo di un edificio condominiale sulla collina di aosta, in zona sottoposta a rischio idrogeologico.

    Ai sensi della norma sopracitata, entrambi gli abusi NON erano condonabili e NON vi era alcun margine per modificare la legge statale a livello regionale. Eventuali interpretazioni, mediante circolari o altro, di una norma statale, erano di competenza dello stato, e non certo della regione.

    I suddetti autori di abuso, dopo aver cercato invano di convincere gli uffici ad inventare in qualche modo una norma o una interpretazione “ad personam”, riuscirono comunque, con deliberazione di Giunta n. 3872 del 2 novembre 2004, a far approvare un inutile e superfluo documento denominato:
    “Linee guida esplicative relative all’applicazione della legge regionale 5 febbraio 2004, n. 1, concernente: “Disposizioni in materia di riqualificazione urbanistica, ambientale e paesaggistica e di definizione degli illeciti edilizi nel territorio della Valle d’Aosta”.

    Tali inutili note esplicative, tra le altre cose, a pagina 9, recano tuttavia un capitolo intitolato: “Tipologie di abusi sanabili in aree vincolate”, all’interno del quale è possibile leggere testualmente:

    “Sono comunque condonabili, ancorché non conformi con le norme urbanistiche e con gli strumenti urbanistici, le opere realizzate su immobili soggetti a vincoli ambientali e paesaggistici qualora tali opere non modifichino in alcun modo “l’esteriore aspetto” che è oggetto di protezione (norma ad uso dell’allora Assessore Cerise), e a vincoli idrogeologici (di cui al R.D. 3267/1923) qualora tali opere non abbiano inciso in alcun modo sulla realtà idrogeologica (norma ad uso del coordinatore Raffaele Rocco).

    Le suddette linee guida furono preparate senza interpellare ulteriormente la Direzione di urbanistica; furono tuttavia fatte vistare, per il visto di legittimità, dall’allora direttore Annalisa Béthaz, presumo con una pistola puntata alla tempia, in quanto la medesima, al sottoscritto, aveva sempre assicurato che MAI avrebbe firmato un obbrobrio del genere.
    Al sottoscritto, tutta la vicenda è costata, alla vigilia della mia dipartita da quel luogo infame (dimissioni per pensionamento anticipato causa nausea e vomito), un procedimento disciplinare attivato dallo stesso Raffaele Rocco, con il quale avevo già avuto plurimi scontri verbali ed epistolari.

    Credo che la vicenda non abbia bisogno di ulteriori commenti per chiarire di che pasta sono i nostri amministratori ed i loro reggicoda, che, tra l’altro, ogni giorno vogliono ammannirci lezioni di legalità e trasparenza. Evidentemente pensano che siamo tutti fessi.
    A me il rimpianto di aver sprecato buona parte della mia vita accanto a persone simili.

  7. teddybear Says:

    Un commento si impone. Ma ci rendiamo conto di chi sta parlando Bruno? Dei massimi vertici regionali che si dovevano occupare (e in parte ancora devono) della nostra tutela dai rischi naturali. A questo punto ci sono solo due ipotesi:
    1)le circostanze citate sono assolutamente false e i due interessati quereleranno il nostro Bruno
    2) i fatti sono veritieri e sono circostanziati per cui si prefigura il reato di interessi privato in atti d’ufficio.
    Temo tuttavia che ci sia una “terza via”, vale a dire il disinteresse assoluto (magistratura, opinione pubblica..), complice una scarsissima coscienza civile della società ed il classico meccanismo del do ut des, oggi a te domani a me, che ho già avuto modo di commentare in occasione delle “manifestazioni” sull’alluvione.

  8. bruno courthoud Says:

    Non temo nessuna querela. Aggiungo: l’assessore cerise, e qui lo dico solo per informazioni avute da persone a conoscenza dei fatti e non per conoscenza diretta, ha, a suo tempo, costruito la sua villa in zona alluvionabile, grazie ad un parere costruito ad arte, così pare, dai suoi amici forestali.
    Per quanto riguarda Rocco, in una riunione in cui partecipava tutto l’ufficio di urbanistica ed il consulente esterno, avv. Golinelli, si vantava di aver rilasciato un parere favorevole, per quanto riguarda una costruzione in zona alluvionabile, che lui stesso riteneva illegittimo e contra legem, aggiungendo di assumersene tutte le responsabilità. Non parliamo poi della sua gestione per l’approvazione degli ambiti inedificabili comunali, all’insegna della parola d’ordine:” prima o poi, tutto deve diventare edificabile, o per lo meno, a rischio relativo”.
    Che piaccia o no, queste sono le persone che ci governano, e che parlano e scrivono quotidianamente di ambiente, sicurezza, territorio, legalità, ecc.

    Vi racconto un’amena storiella di come Rocco interpreta la legge, al fine di poter rilasciare concessioni e autorizzazioni idrauliche in zone sottoposte ad esondazione. E’ sufficiente che la costruzione sia su palafitte, cioè, il piano terreno risulti ufficialmente inutilizzabile ed esondabile. Ho visto, in Aosta, in prossimità della dora, un edificio (abitazione e laboratorio artigianale) concessionato in tal modo. Evidentemente, seppur abusivamente, tutto il piano terreno era stato utilizzato. Rocco, nella stessa riunione di cui sopra, ci portava a conoscenza di aver rilasciato, in zona esondabile, l’autorizzazione anche per una discoteca.

  9. Andrea Vuillermoz Says:

    Allora la Sig.ra Clotilde converrà con me che per i Valdostani è stata una vera catastrofe diventare “italiani”… Bisognava lottare per andare o sotto la Francia o, ancora meglio, diventare un cantone svizzero… Non ce l’hanno lasciato fare. Alla fine della seconda guerra tutto ciò sarebbe stato possibile ma, purtroppo ci è stato impedito.

  10. patuasia Says:

    Signora Clotilde, lei ha maledettamente ragione, noi italiani siamo molto più vicini agli usi del nord Africa piuttosto che a quelli del nord Europa. Speriamo che questo tipo di made in Italy che è facilmente esportabile, incontri sani anticorpi che possano circoscriverlo dal resto d’Europa, ma nutro seri dubbi.

  11. Catone (cato censor) Says:

    WOW signora Clotilde che bel post! e scritto magnificamente! Tuttavia non credo, e mi rivolgo soprattutto ad Andrea Vuillermoz, che l’esser finiti in Italia piuttosto che in Svizzera o in Francia sposti molto i termini della questione. Siamo, occorre ammetterlo, nel nostro profondo, profondamente “meridionali” nell’animo e nel modo di ragionare -questo da almeno tre o quattro generazioni- e più andiamo avanti nella ricchezza (senza sviluppo come dice De Rita) più ci sentiamo di aver diritto a tutto e subito. Assistenzialismo allo stato puro, cui ci ha abituati purtroppo la sterminata abbondanza di risorse finanziarie in circolo nella Regione (di cui Patuasia ci ha puntualmente informati negli scorsi post) abbinata all’incredibile facilità nell’avere il contributo, il comodo lavoro alla forestale, al Casinò o alle funivie, anche quando avremmo potuto iniziare un’attività autonoma, di cui magari avevamo ereditato il savoir-faire dai nostri genitori. Quanti falegnami, agricoltori, muratori, carpentieri, artigiani mancati, per aver avuto la possibilità di “fare le stagioni” nei cantieri forestali? E l’idea che per avere tutto ciò si debba “solo” rendere omaggio al potente di turno… non è forse un concetto estraneo alla schiena dritta dei nostri avi? Il tutto unito al ritornello “Così fan tutti”. Già trenta anni fa su una rivista di chez-nous, che si chiamava “Pais”, di cui erano redattori nomi poi diventati famosi come ad esempio l’ottimo Giulio Cappa, o il compianto Gianni Bertone, si discuteva della tendenza alla “meridionalizzazione” della Valle d’Aosta. Poi tutto andò più veloce di quanto si potesse immaginare col nuovo riparto fiscale… ed eccoi qui più “meridionali” che mai…

  12. bruno courthoud Says:

    apro una minuscola parentesi del tutto personale solo per mettervi al corrente, che, in relazione al mio vissuto alle dipendenze dell’amministrazione regionale e ad rapporti avuti con l’amministrazione comunale del paese in cui sono nato, che da più di dieci anni mi rovinano la vita, ho deciso:
    1) di cercare di far riaprire la causa per gravi minacce di morte nei confronti miei e dei miei familiari, atteso che ho persone informate sui fatti disposte a fare nomi e cognomi;
    2) di intentare causa civile nei confronti dell’amministrazione regionale per farmi riconoscere ed indennizzare i due anni di demansionamento riconosciutimi in sentenza dal giudice del lavoro.
    Spero, ma non ne sono sicuro, di ottenere in questo modo un minimo di giustizia, onde poter ritrovare un po’ di pace e di tranquillità. Grazie e scusatemi per l’invadenza.

  13. patuasia Says:

    Tutta la redazione di Patuasia, la sostiene moralmente, signor Courthoud, non è molto, ma sappiamo che serve.

  14. bruno courthoud Says:

    eccome, se serve. Grazie.

  15. el diablo Says:

    Che ridere mi fa’ Perrin! Ha sempre avuto ” le mani nella pasta” agli inizi come capoccione nell’Arev ( Assiociazione Allevatori Regionale poi Assessore all’Agricoltura e per finire Presidente della Giunta quando c’era lui tutto era perfetto, onesto, chiaro e limpido ma come per magia dal giorno successivo all’abbandono della poltrona ( avvenuto non in modo spontaneo ) ecco che il tanto amato mondo dei campagnards diventa come d’incanto un mondo di truffatori disonesti mafiosi.
    E’ troppo facile sputare nel piatto dove si é sempre mangiato e mi sa’ che “un berger a coté des bergers” avrebbe dovuto conoscese bene i problemi e affrontarli invece di far finta di niente e ora che no fa’ piu’ parte della “stanza dei “bottoni” meravigliarsi! O no?


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